Bella Ciao

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di Massimo Pizzoglio

Alcuni giorni fa ho avuto la piacevole opportunità di presentare il libro di Carlo Pestelli “Bella Ciao” a una delle celebrazioni per il 25 Aprile.
Conosco Carlo da molto tempo, come musicista e come ricercatore, e non avevo dubbi che questo racconto della genesi di quella che è considerata la canzone per eccellenza della Resistenza sarebbe stato estremamente interessante. E così è stato.

È un libro “piccolo” sia per spessore sia per formato (è più piccolo del Libretto Rosso di Mao, che per essere tascabile obbligò un miliardo di cinesi a indossare quelle tragiche giacche coi tasconi), ma non è un piccolo libro nei contenuti, nel dipanare la matassa di storie, collegamenti e pulsioni che quella semplice “canzonetta” ha suscitato e suscita ogni volta che viene cantata, in tutto il mondo, in decine di traduzioni o, come nei paesi francofoni, nel nostro italiano.

Tra i molti stimoli della serata, uno mi ha particolarmente colpito:
è un motivo che i bambini imparano subito.
E qui spunta immediata una domanda:
ma allora perché non la insegnamo a tutti i bambini?
È un inno alla libertà, non ha “coloriture” politiche, parla di sacrificio e di bellezza, esorcizza la paura della morte e dà una speranza nel futuro.
Insomma, una canzone edificante.

Eppure, questa canzone dalle origini nebulose nei decenni è stata bollata come canzone “comunista” da chi dell’anticomunismo ha fatto un manifesto elettorale, addirittura “eversiva” da chi vedeva in quell’invito alla ricerca della libertà, anche al costo più alto, un invito a uscire dai ranghi, dall’ordine precostituito, dalla conformità.

Così nelle scuole elementari per anni si è insegnata “La canzone del Piave” o l’Ave Maria di Schubert o il coro del Nabucco (a cui poi hanno cercato anche di affibbiare un’origine “padana”) che sposavano perfettamente l’insistenza sul Risorgimento e sulla Grande Guerra con cui, generalmente, si concludeva l’insegnamento della Storia.
Il poco che veniva (e tutt’ora viene) insegnato della guerra partigiana era grazie alla personale iniziativa di alcuni insegnanti poco allineati.

I bambini di oggi non hanno i racconti diretti dei genitori (come sessant’anni fa) o dei nonni (come quarant’anni fa) e i pochi che hanno dei bisnonni in buona salute sono spesso poco abituati all’affabulazione del racconto orale, da buoni “nativi digitali”.

E allora tocca a noi, che di quei racconti abbiamo avuto l’infanzia intessuta, trovare il cuneo con cui scalzare questo torpore (personale e istituzionale), fosse anche solo cominciando con una “canzonetta”.
Portandoli, questi bambini e anche questi adulti, sui luoghi di quei momenti, ma parlando una lingua che possano comprendere, che non è quella delle sole commemorazioni.
Ma può essere, eccome, la musica, che per definizione è un linguaggio universale.

Facciamo adottare le lapidi dalle scuole, facciamo far loro ricerche su quelle persone che ora sono lì, nel marmo, ma che erano sangue e ossa e affetti e relazioni.
Insegnamo a curarle come un bene comune, a tenere innestata la spina della continuità della memoria, a non dimenticare mai che se siamo liberi, anche di sbagliare, lo dobbiamo anche e soprattutto a loro.

Ieri sera, alla fiaccolata di Torino, la banda dei vigili urbani ha concluso la celebrazione proprio con Bella Ciao.
Le bandiere e gli striscioni (quelli sì divisivi) erano già stati arrotolati, dal palco delle autorità erano già scesi tutti e la folla, improvvisamente tornata anonima, senza vessilli, cantava in coro quella canzone, ricordando tutte le parole.
La banda, come di consueto per la versione strumentale, dopo tre strofe ha smesso di suonare, ma la folla l’ha cantata fino in fondo, applaudendosi anche, alla fine, in un liberatorio affratellamento che ha spazzato via, per un momento, tutti i rancori.

A questo serve la musica, a questo serve la memoria. Buon 25 Aprile!

P.S. Leggetelo il libro, scoprirete una storia inaspettata con decine di stimoli di approfondimento, decine di collegamenti con l’attualità e un numero imprecisato di colpi di scena, sorprese e scoperte.
Scritto con mano dotta, ma leggera e intrigante.
Grazie Carlo!

Da Tina a T.I.N.A.

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di Massimo Pizzoglio

La morte di Tina Anselmi mi ha fatto ricordare un articolo scritto per il 25 Aprile del 2012 in cui la citavo ad esempio.

L’avevo quasi dimenticato, ma rileggendolo l’ho trovato di così allarmante attualità da farmi pensare che forse la “palude dell’immobilismo”, mitica immagine dello spot dei comitati per il sì al referendum, sia proprio quella in cui ci hanno piombato i governi voluti da Napolitano, quello stesso che fu preferito come presidente della repubblica (tutto minuscolo, s’intende) proprio alla nostra Tina.

Tina Anselmi alla Camera. ANSA/

Tina Anselmi alla Camera. ANSA/

Che presidente sarebbe stata? Non lo sapremo mai, ma la prima Presidente donna (e chi tira fuori “presidenta” lo smaterializzo!), partigiana senza se e senza ma, Madre Costituente, madre anche del Servizio Sanitario Nazionale (tanto perché non ce lo dimentichiamo), indagatrice della galassia P2, forse, e dico forse, sarebbe stata quel tanto di pacato orgoglio che da una parte ci avrebbe fatto vergognare dei recenti trascorsi e dall’altra ci avrebbe fornito quel po’ di reni con cui darci quel colpetto per riportare qualche pezzo del convoglio in carreggiata.

Ma la storia non si fa con i “forse” e quindi abbiamo lasciato arenare il governo Prodi, ci siamo ripresi Berlusconi, a cui abbiamo passato tutte le leggi che gli interessavano, l’abbiamo scalzato solo per prenderci Monti e la sua “Europa che ce lo chiede”.

E proprio quello era lo spunto di quel pezzo:
«Il sottosegretario Grilli ha detto che il pareggio di bilancio è indispensabile perchè “è scritto in costituzione” (e ce l’ha scritto lui, mentre il parlamento, connivente, approvava) e che “comunque non c’era alternativa”, la famosa T.I.N.A. (There Is No Alternative).»

Vittorio Grilli era il sottosegretario all’economia di Monti, uno dei fautori del pareggio inserito a spallate nella costituzione (È.l.E.c.c.l.c. sarebbe l’acronimo), per altro prontamente smentito dalla Commissione Europea.

Ecco, la Anselmi è stata proprio la dimostrazione che c’è sempre un’alternativa, anche nell’essere democristiana.
Già, perché lei era e restò democristiana, malgrado tutto.

Io vengo da una somma di famiglie che con il clero, e più in generale con le religioni, non hanno mai avuto un buon rapporto: dai nonni materni campeggiava una foto di Buenaventura Durruti, il nonno paterno i dc li chiamava “democristi” con una arrotatura di erre e un’intonazione più da bestemmia che altro.
Ma altrettanto venivano dalla stessa resistenza, talvolta maiuscola talvolta meno eroica, della Tina (come dicevo anche in quel pezzo, la Anselmi, da buona veneta, non si è mai offesa per l’articolo davanti al nome) e il rispetto, soprattutto per la coerenza, non è mai stato messo in discussione.
E quella storia partigiana, quando sembrava che “non ci fosse alternativa” fu vissuta mettendo in gioco tutto, in primis la propria vita, a dimostrazione che Tina era più forte di T.I.N.A.

Lei per tutta la sua vita l’alternativa la trovò: difficile, controcorrente, “inopportuna” come qualcuno disse della commissione sulla P2.
Ma c’era e c’è, sempre.

La sua è stata una grande lezione, ma gli allievi, con poche eccezioni, erano distratti.

Allende, il tango e i profughi

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di Massimo Pizzoglio

“Sfortunato il popolo che non ha ricordi”

                                                 Bertolt Brecht   (più o meno)

Ricordo…

Ci sono ricorrenze dalle quali non puoi sfuggire, che se le trascuri ti vengono a cercare.
L’undici settembre è una data che celebro da più di quarant’anni, più o meno marcatamente, ma da sempre, da quel ’73 che fa ancora male adesso.

Quest’anno, complici la baraonda istituzionale, il caos internazionale e la rissosità diffusa, avevo deciso di ricordarlo con un link allo spettacolo che organizzammo tre anni fa con Hugo Trova e Alessandra Terni per i “Cuarenta años” dal colpo di stato in Cile e Uruguay.

02_salvador_allende_2Un po’ sabauda come commemorazione, ma con l’aria spessa che si respira mi sembrava adeguata.

Poi l’amico Lillo ricondivide un mio vecchio articolo in cui ricordavo come, negli anni settanta, casa mia fosse diventata uno dei punti di ritrovo degli esuli sudamericani a Torino.
Poco dopo la magica Licia pubblica un tango, “Cambalache“, scritto da Enrique Santos Discépolo e cantato da Carlos Gardel: un tuffo al cuore per gli amanti del genere, abituati, magari, alla versione di Julio Sosa.

A quel punto, coincidenza dopo coincidenza, come se si togliesse la sabbia dagli ingranaggi di un orologio, è ripartita la macchina della memoria.

Qualche giorno fa ho ritrovato a casa di mia madre una piccola statuetta che rappresenta due ballerini di tango, due “tangheri” come si dice oggi mettendo l’accento con malizia.

Era stata fatta a casa dei miei nel 1955 da Mallo Lopez, un medico argentino, comunista, perseguitato dai peronisti in quanto tale, che aveva dovuto fuggire dalla sua Buenos Aires nel ’51 e aveva viaggiato per l’Europa, e non solo, con la moglie e la figlia per sette anni, sdebitandosi con dipinti e sculture con chi li ospitava (diventerà un pittore famoso e lascerà la medicina).
Quel 1955 fu ospite da noi.

mallo-lopezLa scultura è fatta di mollica di pane, verniciata: un’abitudine acquisita in esilio ad utilizzare materiali poveri, ma di facile reperibilità.
Lascerà alla mia famiglia alcuni ritratti, la passione per la musica porteña e la consapevolezza dell’essere sempre esuli di qualcosa.

Quando, vent’anni dopo, ci fu l’ennesimo colpo di stato in Argentina, sono stato troppo occupato con la malattia e poi la morte di mio padre per chiedere notizie di quell’ospite.
Poi la casa si riempì di nuovi esuli, profughi, migranti, chiamateli come volete, con nuove storie e nuovi dolori.

Qualche giorno fa quella statuetta, oggi quel vecchio articolo, quel tango…

Quel Gardel, francese nato a Tolosa, che ho cantato nell’ultimo spettacolo, quel Discépolo, figlio di napoletani, e quel Mallo Lopez, figlio di “gallegos”, migranti anche loro, comunista come il coetaneo Osvaldo Pugliese, un altro mito del tango.
Quello che scrisse, tra le altre, la famosa Recuerdo.

Ricordo…

Tolon, tolon, tolon, tolon… eee… hop!

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di Massimo Pizzoglio

Quindi, sintetizzando:
a Tolone due famiglie in vacanza vengono aggredite da una banda di ventenni.
È un atto grave (i due padri ne
avranno per parecchio in ospedale) che è stato denunciato dalle vittime e, grazie alle telecamere, i responsabili sono stati individuati e arrestati.
Punto, questi i fatti.

Il procuratore generale ha affermato che si è trattato di una aggressione da branco, con una provocazione sessista per aver l’occasione di effettuare un pestaggio.
Ha anche sottolineato la mancanza di motivazioni etniche o religiose.
Punto, questa la versione degli inquirenti.

Il quotidiano regionale Nice Matin riporta il titolo:
“Vestite con gli shorts, i loro mariti e un amico prendono una scarica di botte”.
I frontnationaioli ci vanno a nozze ed escono con dichiarazioni di ogni genere sui musulmani che vorrebbero imporre la propria “polizia islamica” con punizione diretta delle colpevoli di “abbigliamento indecente” nella Francia “laica e democratica”.marcia25giugno-kwi-u43220669899530i9-1224x916corriere-web-sezioni-593x443

Il Corriere della Sera ci va a nozze d’argento e pubblica, a firma Stefano Montefiori, una scopiazzatura dell’articolo con il titolo:
«Non potete girare in short» – A Tolone aggredite due donne”
e nell’occhiello
“sono stati picchiati dalla banda di integralisti”,
fatto non riportato neppure dall’ambiguo articolo di Nice Matin.
Concludono il pezzo le dichiarazioni di Marion LePen e della portavoce di Sarkozy.

L’articolo del Corriere è stato citato, condiviso e commentato da molti, compresi alcuni (presunti) “esperti del mondo islamico”, a vario titolo.
Con incastellature di teorie più o meno apocalittiche sull’invasione degli integralisti e sul destino dell “occidente cristiano” (ma non era “laico e democratico”?).

Dettagli:
– le due donne, per loro stessa dichiarazione e di altri testimoni, non portavano shorts, ma pantaloni lunghi da ciclista.
– nel discorso del procuratore generale, non si parla di etnia degli aggressori e si esclude il movente religioso.
– Nice Matin è un giornale regionale piuttosto diffuso perché ci si trovano i cinema, le farmacie aperte e le feste patronali, ma nel comparto cronaca e opinioni non è proprio un caposaldo. Che il Corriere l’abbia scopiazzato è come se il Times pubblicasse una notizia di ImolaOggi.

Le Monde e Liberation, stupiti dal rilievo dato dai media a un fatto di criminalità comune, hanno pubblicato articoli esplicativi della realtà dei fatti, in gran parte ignorati dai commentatori più accaniti.

Dettaglio finale:
l’altro giorno c’è stata un’alluvione devastante nella già martoriata Grecia, con morti e decine di feriti; via Solferino non ha trovato spazio per due righe mentre il succitato articolo-bufala usciva con tanto di foto d’archivio.

Life is too short to drink bad wine”

 

Nulla è per sempre…

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di Massimo Pizzoglio

Non tutto dura per sempre, non qui, non ora.
Si può pensare di stare insieme tutta una vita, ma quasi mai capita.
Anche se quarant’anni son tanti, più della vita di molti.

Da adolescenti c’è la curiosità, anche un po’ di paura, il timore di cosa potrà diventare, poi si impara a convivere, a prendersi le misure, a fare attenzione a come ci si muove.
Dopo subentra l’abitudine, la presenza scontata, spesso trascurata,
a volte dimenticata.

Almeno fino a quando non ci si urta:
allora tutto torna, quella dolorosa fisicità riappare intatta, pulsante entità ferita.
Che si sopisce piano, avvolta dalla risacca della consuetudine.

E passano gli anni, le stagioni, le età:
le rughe infittiscono la siepe che ci separa da quei timidi inizi.
Piano, piano iniziano le passeggere fitte dell’insofferenza:
l’indifferenza non ci basta più.

Non sono neppure necessari accadimenti fortuiti per far affiorare quel mal essere (così, staccato) che permane, leggero, ma molesto, nel tempo.

E allora ci si ripensa a questi quaranta anni,
a questo lungo tratto di strada percorso insieme, come saldati:
la mano… nella mano.

ADULTA SORRIDENTE CHE SALUTA DA TERRA VERSO LA NUOVA VETTURA LETTO DI SECONDA CLASSE ORIZZONTALE, B/N, ESTERNO, PA, DONNA, SORRIDERE, SALUTARE, INDUSTRIA, TRASPORTI, TRENO, VIAGGIARE, 2, CARROZZA, STAZIONE MILANO, LOMBARDIA, ITALIA, EUROPA -COMPAGNIA-LETTI-21-NOVEMBRE-1955 NEG.279537 *** Local Caption *** 00054714

E basta, bon, finito, ci si dà un taglio!
Anzi, ce lo si fa dare… il taglio.

E lì la sorpresa, il coup de théâtre:
scoprire che ciò che si era creduto per tutto questo tempo forse era altro,
che neanche la certezza del rammarico rimane.

Addio cisti tendinea,
che forse non eri neanche quello.
Solo il tempo e l’istologico ce lo potranno dire…

(un particolare ringraziamento a Renato Misischi che mi ha asportato una cisti tendinea, forse, dal polso)

Divide and impera!

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di Massimo Pizzoglio

Resto sempre inesorabilmente stupito da alcuni titoli di giornali, ma quando vengono replicati sui media di tutto il mondo resto allibito, soprattutto se ci cascano anche miti dall’acume ironico come Altan.
Mi riferisco all’illazione secondo cui i “giovani” avrebbero votato a favore del
remain nell’Unione Europea della Gran Bretagna e i “vecchi” per il leave.

Illazione basata sul mini-sondaggio di opinione fatto dal sito YouGov qualche giorno prima della votazione su un campione di 1600 persone.
Definirli ridicoli (l’illazione, il sondaggio e il campione, per tacer del resto) sarebbe già attribuire un eccessivo valore a una fesseria, ma trovarli condivisi, commentati, discettati, filosofeggiati, branditi e randellati dai media mondiali porta a riappacificarsi con l’idea della morte e con i complotti di Giulietto Chiesa.

Che il dato non abbia alcuna attendibilità non ha scoraggiato i commentatori di professione né quelli per diletto, che infatti hanno soffocato con un blob verde e vischioso il web e perfino i tavolini dei bar sotto casa.
Tutti a guardare di storto il canuto avventore che addenta inconsapevole e goloso un cornetto mentre la sua categoria anagrafica affonda la perfida albione in mezzo all’Atlantico, come la corazzata Bismarck fece con la Hood.

La “necessità di un nemico” è un fenomeno millenario, come quello del capro espiatorio, dell’esternalizzazione delle responsabilità, delle categorie semplicistiche e del dar aria alla bocca (o alla tastiera), ma almeno facciamolo con qualcosa che abbia una parvenza di difendibilità.

Ma no, invece, l’importante è scatenare l’inferno: Lord Ashcroft, un bel tipino di conservatore d’assalto, ha commissionato un altro sondaggino da cui si desumerebbe il voto diviso anche tra uomini e donne, bianchi e variamente colorati, occupati, disoccupati, precari e pensionati, vari gradi di scolarizzazione e livelli retributivi.
Mancano destri e mancini e scapoli e ammogliati poi le categorie da partita di calcetto in spiaggia le ha toccate tutte.

Il colpo di genio di questo sondaggio è però la discriminante di voto nei genitori con figli:
chi ha figli sotto gli 11 anni sarebbe per il remain, chi li ha più grandi per il leave!
Mi immagino già squadroni della morte come ai tempi di Erode a cercare casa per casa undicenni da sacrificare…

Tra i leoni dei social networks spopola in varie forme il concetto “si capovolge la storia: non saranno i giovani a decidere del proprio futuro, ma i vecchi per loro”.
Manco nella Storia (maiuscola) fosse mai successo il contrario, a parte i casi di futuro istantaneo, come per i 300 di Pisacane.

E arriviamo a uno dei tormentoni dell’agone elettorale globale:
“(nome di luogo a vostra scelta) è spaccata!”.
Che sia Londra, la Gran Bretagna, l’Italia, Roma o Torino tutti gridano che è spaccata, e quelli che gridano più forte sono proprio coloro che hanno fatto di tutto per spaccarle: i fomentatori di contrapposizioni che vivono del malvivere dei malmostosi.
Quelli come Ashcroft che commissionano sondaggi farlocchi per poter metter contro intere categorie nella speranza (solitamente vana) di poter poi cavalcare la tigre.
Qualcuno è stato eletto, qualcuno è stato trombato e ci tocca ancora aspettare l’autunno di questo fetido anno bisesto per vedere cosa capita di qua e di là dell’oceano.

GianmariaEd è proprio pensando all’oceano e a questo tragico 2016 che mi è balzata alla memoria una canzone di quel grande poeta che è stato Gianmaria Testa, di cui mi mancano in maniera straziante presenza e preveggenza:

Ventimila Leghe (sotto il mare)

Il primo fu Capo di Buona Speranza
chiuso per legge e decreto speciale
che la smettessero le onde pacifiche
d’imbastardire quell’altro mare.

Poi fu la volta di Panama e Suez
e quindi del Bosforo e di Gibilterra
ogni maroso pretese il rispetto
della sovrana indipendenza.

Niente più scambi di acque e di pesci
niente più giri del mondo in veliero
tutti i canali rimasero chiusi
a qualunque passaggio di flutto straniero.

Così per un poco tornarono chete
le acque dei mari di tutto il pianeta
ma non durò molto che un’onda riprese
a dir ch’era tempo di farla finita.

Successe che un giorno nel mare nostrano
lo Jonio pretese di stare da solo
e così vollero pure il Tirreno
il mar di Sardegna e l’Adriatico al volo.

Insomma -nessuno si mischi a nessuno-
tuonavan le acque dei bassi fondali
-ognuna rimanga ancorata ai suoi porti
e bagni soltanto le sabbie natali-

Sembrava finita ma era solo l’inizio
e anche così fu ben brutto vedere
in quel che era stata la grande distesa
lo strazio dei fossi a dividere il mare.

Era solo l’inizio, come già si diceva
perché ora la febbre secessionista
andava ammalando ogni singola riva<
e niente e nessuno riusciva a dir basta.

Così da Trieste alla punta pugliese
e dalla Sicilia alla Costa del Sole
ogni più piccola cala pretese
l’indipendenza e non solo a parole.

Ma la questione divenne barbina
quando si presero goccia con goccia
e ognuna guardando la propria vicina
diceva -vai via o ti rompo la faccia-

Il mare fu presto una grande rugiada
inutile ai pesci e a qualunque creatura
morirono il tonno, l’acciuga, lo spada
restarono in secca le barche d’altura.

E poi un giorno, o una notte, non so
accadde qualcosa di ancora più strano
conoscete la formula H2O
si quella dell’acqua, che tutti sappiamo.

Ebbene l’idrogeno trovò da ridire
sostenne di avere la maggioranza
e quindi il diritto sovrano di ambire
all’ormai sacrosanta indipendenza.

Ci fu come un vento, un soffio infinito
e l’acqua dei mari s’invaporò in cielo
rimase un deserto di sale e granito
ma buio e profondo più nero del nero.

P.s. Andate ad ascoltarvela, leggetevi Da questa parte del mare, c’è detto tutto

(Ringraziamo gli amici: Paola Farinetti per aver approvato la pubblicazione del testo di Gianmaria e Augusto Montaruli per la fotografia del concerto a favore del Museo della Resistenza)


Le leggi universali della reperibilità

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di Licia Satirico

Nessuno è immune dal flagello della reperibilità.

È l’accartocciarsi dello smartphone scarico, è il messaggiare pallido e assorto presso un ciglio stradale trafficato, è l’eco delle bestemmie per lo scocciatore che ti raggiunge inspiegabilmente dove non c’è segnale, è la mano sudata che lascia scivolare l’aggeggio tra le fenditure di un tombino quando ricevi una comunicazione cruciale.

Il Telefonista Mobile Compulsivo (TMC) continua a rappresentare l’epifenomeno più inquietante, al punto da aver convinto gli studiosi dell’esistenza di una Sindrome da Telefonia Mobile Compulsiva (STMC).

46d0eaf2-bf00-45b0-905a-e3c4edc1ebae_largeNoi di Torte scorrevoli siamo più modestamente convinti dell’esistenza di leggi universali del Telefonista, di cui talora siamo vittime e più spesso complici. Eccole qui in esclusiva per i nostri lettori:

  1. Esistono due specie di TMC: quello attivo chiamerà fino allo sfinimento, quello passivo risponderà alle chiamate anche durante l’amplesso, giustificando l’affanno con la penosa bugia “stavo salendo le scale” (di norma, il compagno o la compagna del TMC passivo inganna il tempo su whatssapp, tanto che si comincia a parlare di punto W).

  2. Il TMC riceve un imprinting seriale: se vi chiama una volta mentre siete in bagno, vi chiamerà tutta la vita solo e soltanto quando siete in bagno. La serialità è suscettibile di ulteriori specializzazioni: ci sono TMC da doccia, TMC da water e TMC da bidet (più garbati).

  3. La compagnia telefonica del TMC è migliore della vostra: il telefono del TMC squillerà in galleria, nelle metropolitane di tutto il mondo e pure nelle catacombe, anche solo per il piacere di ridurvi gli zebedei in dadolata finissima. Si narra di gare di speleologia tra TMC con un mese di chiamate gratuite in palio.

  4. Il TMC non si rassegna. Se non rispondete per sette volte di seguito vi manderà un messaggio in cui vi chiede perché non rispondete.

  5. Il TMC riceve istruzioni elettromagnetiche. Se vi accompagna al cinema o in viaggio, non parlategli: chiamatelo e lo farete felice.

  6. Se il TMC usa i messaggi o le chat, siete finiti: vi inserirà in gruppi di discussione che scaricheranno il vostro telefono in meno di trenta minuti.

  7. Il TMC è un predatore: fiuta i vostri momenti di debolezza e vi telefona proprio allora. Sarà il trillo che precede la vostra frenata brusca, la suoneria che scatena la crisi isterica, l’assillo che provoca l’alopecia.

  8. Il TMC non si mette in modalità silenziosa e non concepisce altro da sé: non comprenderà mai le ragioni che vi hanno spinto a prendere le distanze da lui, sempre che non gliele spieghiate per telefono.

  9. Il TMC fotografa la sua vita fino a quando non gli appartiene più, essendo troppo impegnato a narrarla per accorgersi di essere diventato come certi fantasmi di Henry James.

  10. Dio non ha campo. Fatevene una ragione.

La Resistenza e i marò

In evidenza

di Licia Satirico

Muoio con la ferma convinzione che Roma sarà presto liberata, e così tutta l’Italia, dalla schiavitù nazifascista. Muoio con la mia fede e con la mia idea per la liberazione dell’Italia. Sono innocente, sulla mia coscienza non pesa nessuno dei fatti attribuitimi. Mi raccomando ai miei figli, che crescano educatissimi, e diano retta alla mamma. Non voglio essere bendato.
Raffaele Riva, 31 gennaio 1944.

copertinaAggiungo solo poche righe, dopo il bellissimo pezzo di Massimo pubblicato su questo blog. Il fatto è che a volte le parole ti lacerano come pugnali e non te ne liberi se non dopo aver gridato il tuo disagio profondo.

Leggo che quest’anno sta nascendo una nuova moda: quella di approfittare del 25 aprile per parlare dei marò, secondo una tendenza fusion che negli scorsi anni ha già tentato di affratellare fascismo e antifascismo, partigiani e combattenti di Salò.

Il primo, pochi giorni fa, è stato il presidente Mattarella, e subito dopo il consiglio della circoscrizione 1 di Torino ha approvato una mozione del Pdl per dedicare la Festa della Liberazione ai due fucilieri e al reggimento San Marco, di cui fanno parte.

Non intendo – per evidenti ragioni – entrare nel merito di una vicenda complessa e sgradevole. Mi auguro, anzi, che i nostri fucilieri siano finalmente giudicati nel pieno rispetto dei loro diritti, senza ulteriori indugi, da un giudice imparziale. Eppure non posso fare a meno di chiedermi quale sia il nesso oscuro tra la fucilazione dei partigiani e quella di pescatori indiani. Se con la dedica ai marò mi amminchio, con quella al reggimento San Marco m’indigno senza ritegno: la Storia – che non si presta, di per sé, ad interpretazioni easy – ci dice che dopo l’otto settembre parte del Reggimento aderì alla Repubblica sociale italiana, divenendo tristemente noto proprio per l’efferatezza nella repressione della lotta partigiana.

In tempi amari di smantellamento costituzionale e di perdita del dialogo, di barriere e fili spinati, di populismi acidi e di buchi della memoria, esistono gocce che fanno traboccare il vaso. Se il tormentone dei marò intacca il 25 aprile, il vaso trabocca (e non vi dico cosa c’è dentro): perché l’Enrica Lexie era una petroliera, non la Libertà per cui persone di ogni età ed estrazione socio-culturale ritennero degno sacrificare la vita. Perché non si può assimilare una vicenda su cui ancora non si è fatta chiarezza alla Storia, che è chiara e luminosa e dolorosa: una Storia su cui qualcuno sta camminando con scarpe chiodate, con lo scempio della Memoria e della Costituzione.

Non toccate la Memoria, non toccate la Costituzione.

E affidate i marò, in decoroso silenzio, a dei bravi avvocati.

Scolpite nel marmo…

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

C’è uno sguardo sul 25 Aprile che mi viene in mente ogni anno, quando vado a fare un po’ di manutenzione alle lapidi dei caduti per la Liberazione:
quello
da quelle lapidi.

Da quei luoghi, quegli angoli, quegli androni scuri, quei muri mi immagino il cruento fluire dei fatti: l’agguato, la fucilazione, il cecchino, lo scontro a fuoco…
Quelle pietre testimoniano proprio quella violenza.
Ma c’è molto altro, in quelle pietre: ci sono nomi che ci suonano familiari, luoghi che evocano ricordi, date che ci parlano di ragazzi e di “meno ragazzi”.

E, in molte lapidi, le professioni.
Ho sempre trovato beffardo mettere il titolo di studio sulle lapidi, quel “rag.” o “avv.” vicino al nome di un morto per qualcosa che, in buona parte, esulava dalla sua occupazione.
Ma in molte di quelle lapidi si va oltre, si descrive nel dettaglio la professione del caduto.
Così scopriamo l’ “apprendista nichelatore”, il “commerciante in timbri”, la “pantofolaia”…

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E questo mi fa riflettere sul come e sul perché: nei pochi resti di Storia (maiuscola) che ancora si insegnano e si tramandano, spesso si dà l’immagine della guerra partigiana combattuta da “ragazzi” sulle montagne contro altri “ragazzi che combatterono dalla parte sbagliata” (sic!).
Quelle pietre ci dicono altro: ci parlano della “casalinga” che forse morì proteggendo un partigiano, del giovane “studente” che cadde insieme al meno giovane “macellaio” nella stazione davanti alla quale perì un “cameriere”, il “professore” del liceo morto di fronte ai suoi studenti, quel giovane “apprendista nichelatore” caduto a pochi passi dall’ancor più giovane “scolaro”.

Ci restituiscono un quadro d’insieme in cui nessuno è automaticamente escluso, ma in cui quasi tutti i protagonisti si inclusero per scelta.
Ci dicono che chi mise in gioco la propria vita per qualcosa che riguardava tutti era uno come noi, uno “qualunque” nel senso più alto del termine, al di là dell’età, della professione, dell’eventuale religione.
Quelle parole incise nel marmo ci impongono una riflessione: nessuno di noi può chiamarsi fuori se non per propria volontà, che tutti noi dovremmo e potremmo lottare, molto meno cruentemente, per il bene di tutti. E se non lo facciamo è per meschino egoismo camuffato da sprezzante cinismo o da timoroso senso di inutilità.

E chi non lo fa, e non lo fece allora, è certamente la maggioranza; quella stessa che godrà poi del sacrificio di quei pochi. E anche questa diventerà una scusa per l’inazione.

Guardiamole, ogni tanto, quelle lapidi, ce n’è ovunque.

Scambiamo uno sguardo con quelle pietre, perché loro guardano noi.

(E, come ben scrive Licia, non è un bel guardare…)

Come viaggiare con le stampelle

In evidenza

di Licia Satirico

Stavolta voglio parlarvi d’incubi concentrici: di una malattia che mi ha resa invalida per qualche settimana e della mia esperienza di disabile transitoria e transeunte, costretta dalla spending review sanitaria a farsi operare in una regione diversa da quella di appartenenza.

Tutto nasce da una caviglia degenerata ed egocentrica che ha scatenato un dolore assillante, presto sfociato nella necessità di un intervento chirurgico specialistico. Devo recarmi dalla Sicilia in Piemonte con il bagaglio del malato: pigiami, pantofole, asciugamani e un paio di stampelle.

Vi chiederete che problemi possano mai creare delle stampelle a bordo di un aereo, a parte la tentazione di un eventuale uso contundente contro il personale di bordo. Tecnicamente si tratta di bagaglio speciale accompagnato, come le carrozzine dei bimbi e gli sci: nel peggiore dei casi, questo bagaglio viene imbarcato sottobordo e restituito all’atterraggio.12803247_10208571545108190_301712958002661564_n

Il guaio è che la tratta Catania – Torino è ora gestita da una compagnia aerea irlandese low cost nota per aver rivoluzionato il traffico aereo proponendo persino viaggi con posti in piedi. Al momento dell’emissione dei biglietti, il Customer care mi comunica che per il viaggio di ritorno – con richiesta di assistenza – non ci sono problemi, ma che all’andata non posso portare le stampelle a bordo senza dimostrare di avere difficoltà motorie. Inutile tentare di spiegare che le difficoltà motorie sono future e certe, visto che sto andando ad operarmi alla gamba e che ho prenotato l’assistenza per il rientro: l’implacabile operatore del Customer care, in chat, mi fa notare che all’andata sono in grado di camminare con le mie gambe e che le stampelle non sono necessarie.

Sgomenta, rinuncio a litigare e compro le stampelle prima di ricoverarmi per una piccola discesa all’inferno resa indimenticabile, in positivo, da Amici straordinari e da un’équipe chirurgica di rara bravura.

Mi risveglio claudicante ma senza dolori, desiderosa di tornare a casa.

Ma il rientro a casa è nelle mani della suddetta compagnia aerea irlandese e di quegli strani scherzi del destino che si fa fatica a ritenere coincidenze. Ai controlli di sicurezza vengo sottoposta al tampone antidroga ma non faccio una piega: forse, dopo l’anestesia, mi è rimasta un’aura di stupefazione cronica difficile da cancellare. Proseguo ottimista, incurante dei segni premonitori.

All’uscita d’imbarco si crea presto un assembramento singolare. Mi affiancano altre due carrozzine, accompagnate da uno steward di terra anch’egli disabile. Se lo steward viaggiasse come passeggero, si renderebbe presto conto che il suo datore di lavoro tratta i disabili come una sorta di bagaglio incustodito: una rogna da imbarcare nel minor tempo possibile e nel modo più scomodo.

Sono trasportata, insieme agli altri, lungo una rampa in discesa con pendenza 45 gradi. Mi viene in mente che, se la carrozzina scappa di mano al conducente, faccio la fine di Ayrton Senna.

Fortunosamente riusciamo ad arrivare all’elevatore per disabili, dove le stampelle diventano ben poca cosa rispetto ad abissi di dolore senza speranza. Poi veniamo sbarcati dall’elevatore e (s)caricati a bordo: ci hanno imbarcato dalla coda dell’aereo, mentre i nostri posti sono tutti nelle prime dieci file (il mio nella seconda). Evocando cristianamente il calendario cattolico aggiornato – e seguendo una delle sedie a rotelle – mi avvio verso il posto, chiedendomi come sia possibile una strafottenza così clamorosa. In quella la compagnia aerea procede, come in un film di Fantozzi, all’imbarco degli altri passeggeri – un centinaio – dalla porta anteriore del velivolo.

In mezzo al corridoio, come zebedei appena amputati, restiamo in due: una signora paraplegica e io. Diventiamo subito bersaglio di contumelie miste da parte dei passeggeri provenienti in direzione opposta. C’è chi se la prende con il personale di bordo, ma non manca chi ci insulta rimarcando che i minorati devono restare a casa loro. La tentazione dell’uso improprio della stampella è frenata solo dal dolore post-operatorio.

Dopo venti minuti di rissa raggiungo stremata il posto in seconda fila. Faccio appena in tempo a sedermi e lo steward mi fa precipitare sul cranio un trolley destinato alla cappelliera sopra il mio sedile.

Un volo del genere sarebbe piaciuto a Heinrich Himmler. I fatti mi danno ragione: all’arrivo a Catania una delle sedie a rotelle dei passeggeri paraplegici torna rotta dalla stiva bagagli, senza che nessuno avverta il bisogno di chiedere scusa o di risarcire il danno.

Credo che non viaggerò più, da disabile e da abile, con la nota compagnia aerea irlandese: nessuno di noi può dirsi estraneo alla disabilità e chi lo pensa è probabilmente disabile di cuore, che è molto ma molto peggio. Con buona pace di chi, in nome del viaggio smart, manca – dolosamente o colposamente – di umanità.

(L’azzeccatissima illustrazione era stata dedicata a Licia dal preveggente Roberto Mangosi il giorno prima della partenza del succitato volo…)

L’intermittenza della Morte

In evidenza

di Licia Satirico

Sembra che il 2015 sia stato un anno formidabile per la morte, anche nel nostro Paese. Non ci riferiamo agli scempi del mare, ai delitti commessi in nome di quel Dio dal sonno di gatto cui pensava Rilke: quello che nella buia bocca schiaccia maturi acini di occhi, succo d’uva di sguardi addolciti, luce eterna nella cripta del palato.

Non ci riferiamo alle stragi di mafia né a quelle della strada e nemmeno a quegli omicidi che sempre più spesso vedono autore e vittima chiamarsi “compagni” prima dello spargimento di sangue: questa è una Morte in grande spolvero, che indossa l’abito delle grandi occasioni e non teme di mostrare il suo volto.

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Quella di cui parlo è invece una morte mimetica, che agisce in incognito dietro lo spettro della Tragica Fatalità, della Complicanza Rarissima, degli inconvenienti dell’età. I dati statistici cui ci riferiamo sono stati pubblicati lo scorso 26 dicembre dal Fatto quotidiano. Nel 2015 in Italia i decessi sono aumentati in modo abnorme: secondo una rilevazione Istat dello scorso agosto, i morti sono cresciuti dell’11,3 % rispetto allo stesso periodo del 2014. Si tratta di 46.000 persone fino ad agosto 2015, che diventano 68.000 a dicembre.

Il prof. Blangiardo, dell’università di Milano Bicocca, commenta che per trovare un’analoga impennata della mortalità, con ordini di grandezza comparabili, si deve tornare indietro sino al 1943 e, prima ancora, occorre risalire agli anni tra il 1915 e il 1918, tra guerre ed epidemie di febbre spagnola.

Perché queste morti? Non potendolo chiedere alla Signora con la Falce, particolarmente soddisfatta dell’attuale assetto degli equilibri politici mondiali, proviamo ad azzardare qualche ipotesi.

Da scartare, per motivi cronologici, una moria di telespettatori durante il discorso del presidente Mattarella. Improbabile – seppur plausibile – si presenta l’overdose di promesse governative, di conflitti di interessi mancati, di job acts, di bank acts, di Boschi tossici le cui cellule cancerogene intaccano fatalmente i risparmi del ceto medio.

Ma qui finiscono le facezie, perché la cosa è serissima.

Tra il 2015 ed il 2017 il governo intende recuperare oltre 7 miliardi di euro dalla spending review sanitaria: 2352 milioni nel 2015, 2301 nel 2016 e 2431 nel 2017. La parte più importante di questi risparmi dovrebbe derivare dalla rinegoziazione dei contratti relativi a beni e servizi, per i quali si immagina un taglio del 5% (non accompagnato da una revisione della durata dei contratti).

La falcidie governativa è intervenuta anche sulle prestazioni relative all’assistenza specialistica ambulatoriale (177 milioni l’anno), sottoposta a condizioni e pure a sanzioni: i medici che non rispetteranno le nuove indicazioni rischieranno una decurtazione dello stipendio. Si prevede un risparmio di circa 195 milioni di euro, cui si aggiungeranno tagli alla spesa farmaceutica per 308 milioni annui e sforbiciate sui regolamenti ospedalieri per altri 210.

Peccato che gli sforbiciati siamo noi.

Siamo malevoli e ci limitiamo solo a rilevare coincidenze, sempre ammesso che alle coincidenze si creda (noi di Torte scorrevoli crediamo poco alle filosofie New Age). Tra Natale e Capodanno abbiamo appreso che si può morire – e in malo modo – di parto, come nel Cinquecento (quando la spending review era affidata ai batteri).

Cos’altro potremo scoprire tra un bollettino di guerra e l’altro? Che la nostra vita è affidata al colore del codice del pronto soccorso, tra medici affaticati e umanità dolente? Che le code per gli esami gratuiti sono bibliche e che la tempestività richiede denaro e strutture private? Che la prevenzione è stata sostituita dal Caso, in attesa dell’arrivo di Nemesi?

Si parla tanto – troppo e a sproposito – di riforme costituzionali. Una sola, invece, è improrogabile: cancelliamo l’obbligo del pareggio di bilancio dalla Costituzione. Torniamo allo Stato sociale, provando a relegare lo Stato venale nei buchi più fetidi della memoria.

P.S.: cara Morte, non mi piaci per niente ma ti immagino giovane e capricciosa, come nel romanzo di Saramago cui mi sono ispirata. Come in quel libro inquietante, spero che tu abbia proprio voglia di prenderti una vacanza lasciando in pace gli ospedali e chi lotta per la vita contro il parere dell’erario dello Stato. Almeno per un po’, dai…

Ciac! Si gira…

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

“Ma guardali, tutti imbacuccati e con le facce da ritirata di Russia.
Sveglia!! Forza, guardate me, sono le sette di sera di dicembre, c’è anche un po’ di nebbia, ma io non mollo! Il mio giro di corsa me lo faccio comunque, che poi lo pubblico su facebook e qualcuno rosica. Tutina tecnica, musica giusta, mica ‘ste facce da morto.
Dai, ritmo, che devo battere il giro di Giny e domani sera al Tanka lo piglio per il culo!
Non devo solo perdere il passo…
Certo che tutti in mezzo al marciapiede, ekkekkazz… ma non vedete che c’è qualcuno che corre, eh?

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Ecco pure il cane, che si sa mai…
E ‘sto ebete? Cosa fa lì piantato con quel coso in mano?
Adesso gli faccio la rasetta, così capisce.”

– Attento! –

“Attento a cosa? Babbione…”

CIAC!…si gira…

– L’ho pestata? –

– Sì –

– Mapporc… –

Dedicato a tutti i jogger serali che non danno il tempo di aprire i sacchetti per raccogliere la cacca del proprio cane.

Le case comuni

In evidenza

di Licia Satirico

Sola, non posso stare –
Perché mi vengono a far visita-
Ospiti al di là della memoria –
Ospiti che ignorano la chiave di casa.

Non usano abiti o nomi –
calendari – o climi –
ma abitano case comuni
come fanno gli gnomi-

A volte corrieri interiori
ne annunciano l’arrivo –
ma mai la partenza –
perché non se ne vanno mai più
(Emily Dickinson)

Ci alzavamo, un tempo, cercando doni e dolci nascosti per casa. Di notte i morti tornavano furtivi per salutarci, almeno una volta l’anno. Tornavano benevoli, con offerte di pace per cancellare il dolore e trasformarlo in memoria.

12202531_1179229102094345_755392201_nPer me allora la morte era un concetto astratto, proiettato nella dimensione dei ricordi non posseduti. In certi pomeriggi estivi osservavo le foto degli antenati con l’intento ostinato di stabilire un legame.

C’era la trisavola Filotea, dotata di uno sguardo così devastante da farti pensare a punizioni imminenti e definitive. Mia nonna Pina – che ne parlava con terrore – aveva ereditato il suo nome, ma l’ufficiale dell’anagrafe sbagliò e scrisse Filona: un ibrido tra una pasticceria panaria e una pornodiva ungherese, che ha vanificato il panico da antenata furiosa.

C’era il bisnonno Alfredo nelle varie età della sua vita: prima giovane e miracolato, scampato al terremoto di Messina grazie alle vacanze natalizie, e poi baffuto e canuto, col suo codazzo di gatti e la passione non ricambiata per la velocità (tentò varie volte, invano, l’esame di guida, ricavandone solo una patente onoraria per lo sforzo inane di destreggiarsi col cambio). C’era la bisnonna Carmelita in pantaloni da cavallerizza, amante della vita nelle sue infinite forme di manifestazione. A 48 anni dettò le ultime volontà, convinta di avere un tumore. Pochi mesi dopo mise al mondo mia zia Dora (ma questa è un’altra storia).

Dei tempi in cui i morti erano amici ricordo i vivi, che ora sono morti concreti, pulsanti. La loro assenza è morso, rovello. I morti recenti portano doni strani, diversi nella consistenza e talora duri da sopportare: un sogno, una valigia piena di oggetti, un quaderno di appunti banali e preziosissimi, uno spartito. Nella mia casa conservo i libri del vecchio proprietario, certa che lui me li abbia affidati. Conservo la valigia di mia nonna materna, le sciarpe di mio nonno Aldo e migliaia di foto che non ho più il coraggio di guardare: la vita che si frantuma in immagini, disperdendosi in luoghi lontanissimi non è più quella dei morti, ma la mia.

I morti me li porto dentro e ne sono gelosa. Parlo di loro solo alle persone che amo, perché diano corpo all’assenza tramutandola in materia viva.

Col tempo ho imparato a non aver più paura di quel tipo di morte. Temo di più la morte di chi respira e non ama, cancellando da sé i resti della sua esistenza. Temo immensamente il dolore, la violenza, la brutalità di tempi che non danno alla morte la giusta considerazione, massificandola e piegandola all’assurdità della vita.

Trascorro malinconica queste ore. I dolci, tra diete e colesterolo, non ci sono più, perché pure i morti sanno che mia madre è a dieta. Non posso neanche andare al cimitero, chiuso per allerta meteo e privo di acqua corrente.

Così, tra siccità e diluvi, penso per la prima volta alla morte dei luoghi: una perdita irreparabile, senza dolci, feste o fiori.

Quando la casa è la bocca di uno squalo – Le parole e le uova.

In evidenza

di Licia Satirico e Massimo Pizzoglio

E così ci si ritrova nel pieno della notte, a un migliaio di chilometri di distanza, a scrivere contemporaneamente lo stesso disagio, così, di getto: un’esigenza improrogabile.
I messaggi si incrociano nelle linee della rete e li si legge, sempre in sincrono.
Li pubblichiamo entrambi.

Le parole e le uova

Le parole e le uova devono essere maneggiate con cura. Una volta rotte sono cose impossibili da aggiustare (Anne Sexton).

Un nuovo olocausto si consuma sotto i nostri occhi stanchi. Alla tragedia dell’impotenza di un intero continente, pronto a sopportare fili spinati, frontiere chiuse e marchiature di massa con un aplomb mai adottato verso i debiti della civilissima Grecia, si aggiunge quella della condivisione del dramma sui social.
Parlare di condivisione è un eufemismo tragico: post di ispirazione salviniana si cumulano a quelli di pura indignazione, che si sommano a loro volta alla divulgazione di immagini che fanno male al cuore. Perché la morte ha un pudore, ma noi no.
Pubblichiamo immagini di bambini straziati come se la visione orrenda di un corpicino annegato fosse più intollerabile delle migliaia di morti anonime di ogni giorno, di ogni ora, di ogni minuto.
Guardo il mare e penso alla morte che qui abita ingorda, tra sbarchi di bare e di profughi inermi. Mi arrabbio ancor di più per chi grida che questa gente deve morire a casa sua, deve tornare a casa, deve aver cura di una vita che non significa più nulla se la si baratta con una fine quasi certa, con una sopravvivenza misera e mortificante.
Forse è il caso di parlare e di fotografare meno.
Di pensare che ogni persona numerata alle frontiere di un’Europa che dimentica il suo passato ha un nome, una storia, una vita che nessuno di noi ha il diritto di insultare.
Di riflettere sull’oltraggio delle foto mortuarie, anche se i bimbi annegati sono già un simbolo atroce del nostro tempo e ci hanno tolto il sonno.

Non litighiamo più sul modo corretto di parlare del genocidio del mare, dei camion, delle guerre che non vediamo.
Cominciamo a isolare i razzisti, a dissociarci dalle politiche dei respingimenti, del filo spinato, dell’intolleranza mascherata da incapienza o da insipienza. Non forniamo alibi alla tentazione impossibile dell’indifferenza e non sopravvalutiamo i nostri interlocutori virtuali.
Provo orrore di fronte alla rappresentazione della morte, ma immagino improbabile la resipiscenza di un razzista di fronte a un corpicino vestito con cura che sembra addormentato. Esistono foto inequivocabili dei crematori di Auschwitz, ma qualcuno sostiene ancora che erano cucine. E qualcun altro ci crede.

La spiaggia di Bodrum nell'altra metà della fotografia.

La spiaggia di Bodrum nell’altra metà della fotografia.

Quando la casa è la bocca di uno squalo.

Ci sono poeti che diventano di moda, in ogni epoca,
Per le tematiche, per lo stile, per quanto bevono, per quel che fumano…
Per l’argomento che trattano, per l’attualità che cantano.
Nella mia adolescenza, oltre ai classici, c’era la Beat Generation: Burroughs, Ferlinghetti, Corso; c’erano gli ermetismi di Ungaretti, le (piccole) citazioni di Montale e Quasimodo.
Poi i politici, quelli scampati e quelli no: i Benedetti e i Lorca, per capirci.

Adesso, a parte un ristrettissimo numero di appassionati intenditori, la poesia ai tempi dei social-networks è la citazione del pezzetto da usare come sottotitolo per i gattini e i cuoricini, il saccheggio dell’incolpevole Merini, sfortunata in vita e in web, Tagore e Moccia come se fossero fratelli (sic!).
Di tutto comunque si fa il ritaglia-copia-incolla, basta che suoni bene, che ci siano le parole chiave, meglio se con una foto new-age di tramonti o spiagge incontaminate.

Ma quando le spiagge vengono “contaminate” da corpi senza vita di chi sapeva di “rischiarla” contro la certezza di “perderla”, allora si va a copiare dalle pagine dei guru, sempre sforbiciando per non perdere tempo.
Ma anche i guru piangono, si potrebbe dire: è capitato anche al mitico Gianni Minà, sinistrologo dei tempi d’oro, amico di quasi tutti i guerriglieri del dopoguerra, arrotino di erre e di esse…
Poco tempo fa, in occasione dell’ennesima tragedia del mare, pubblicò una bellissima poesia della somalo-keniota Warsan Shireh dal titolo “Casa”.
Ma, schiavo dei tempi, ne fece un Bignami, una versione ristretta, da web.

Credo che nessuno abbia il diritto di “sfoltire” un poeta: il suo pensiero è un ritmo e un percorso, la sua parola è lo scorrere dei versi, dall’inizio alla fine.
La poesia (vera) non sta nei baci Perugina, è sangue e ossa della mente di chi l’ha scritta, è una cellula che diventa corpo nella mente di chi sa leggerla.
Quella poesia di Warsan Shireh è anche uno specchio, spezzato e insanguinato, dei nostri tempi.
Qui la riportiamo integralmente, nella traduzione di Paola Splendore:

“Nessuno lascia casa a meno che
la casa non sia la bocca di uno squalo
scappi al confine solo
quando vedi tutti gli altri scappare
i tuoi vicini corrono più veloci di te
il fiato insanguinato in gola
il ragazzo con cui sei andata a scuola
che ti baciava follemente dietro la fabbrica di lattine
tiene in mano una pistola più grande del suo corpo
lasci la casa solo
quando la casa non ti lascia più stare.
Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci
fuoco sotto i piedi
sangue caldo in pancia
qualcosa che non avresti mai pensato di fare
finché la falce non ti ha segnato il collo
di minacce
e anche allora continui a mormorare l’inno nazionale
a mezza bocca
solo quando hai strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto
singhiozzando a ogni boccone di carta
ti sei resa conto che non saresti più tornata.
Devi capire
che nessuno mette i figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
nessuno si brucia i palmi
sotto i treni
sotto le carrozze
nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
nutrendosi di carta di giornale a meno che le miglia percorse
non siano più di un semplice viaggio
nessuno striscia sotto i reticolati
nessuno vuole essere picchiato
compatito
nessuno sceglie campi di rifugiati
o perquisizioni a nudo che ti lasciano
il corpo dolorante
né la prigione
perché la prigione è più sicura
di una città che brucia
e un secondino
nella notte
è meglio di un camion pieno
di uomini che assomigliano a tuo padre
nessuno ce la può fare
nessuno può sopportarlo
nessuna pelle può essere tanto resistente.
Andatevene a casa neri
rifugiati
sporchi immigrati
richiedenti asilo
che prosciugano il nostro paese
negri con le mani tese
e odori sconosciuti
selvaggi
hanno distrutto il loro paese e ora vogliono
distruggere il nostro
come fate a scrollarvi di dosso
le parole
gli sguardi malevoli
forse perché il colpo è meno forte
di un arto strappato
o le parole sono meno dure
di quattordici uomini tra
le cosce
perché gli insulti sono più facili
da mandare giù
delle macerie
delle ossa
del corpo di tuo figlio
fatto a pezzi.
Voglio tornare a casa,
ma casa mia è la bocca di uno squalo
casa mia è la canna di un fucile
e nessuno lascerebbe la casa
a meno che non sia la casa a spingerti verso il mare
a meno che non sia la casa a dirti
di affrettare il passo
lasciarti dietro i vestiti
strisciare nel deserto
attraversare gli oceani
annega
salvati
fai la fame
chiedi l’elemosina
dimentica l’orgoglio
è più importante che tu sopravviva
nessuno se ne va via da casa finché la casa è una voce soffocante
che gli mormora all’orecchio
vattene
scappa lontano adesso
non so più quello che sono
so solo che qualsiasi altro posto
è più sicuro di qua.”

Gattigli

In evidenza

di Licia Satirico e Massimo Pizzoglio

Un noto amministratore pubblico, consigliere di presidenza di un ente inutile che nessuno riuscirà mai a chiudere, presidente regionale e consigliere nazionale di un sindacato degli agricoltori, presidente della Commissione Agricoltura della Camera di Commercio di una città italiana, presidente di un’associazione che si occupa di territorio e presidente di una Onlus ecologista (e di cui non possiamo rivelare il nome, se no ci tocca telefonare a Julian Assange e chiedergli se dov’è nascosto lui c’è ancora posto) avrebbe recentemente rivelato, in uno scoop scientifico sensazionale, l’esistenza di pericolosissimi accoppiamenti tra conigli e gatti il cui risultato sarebbero degli ibridi aggressivi e acrobatici, in grado di saltare reti di oltre due metri per distruggere i prodotti degli agricoltori delle isole.

Il giornalista autore dello scoop è ammutolito di fronte a tale rivelazione e non è neppure riuscito a trovare un nome acconcio a questi ibridi, sebbene fosse già inventore del mirabolante “cinghio-maiale” per definire il comune porcastro.11944344_1140373925979863_1809363510_n

Ma ora noi di Torte Scorrevoli siamo venuti in possesso del dossier segreto da cui pare il pluripresidente abbia tirato fuori questa chicca, un faldone di ibridi e incroci sconosciuti da far sbiadire il Blue Book dell’aeronautica americana sugli UFO.
In via del tutto eccezionale, vi forniamo qualche anticipazione:

Canguro Bernardo.
Dall’incrocio di un cane e un paguro nasce il Canguro Bernardo, cane da salvataggio in montagna che procede a grandi balzi e che si porta sempre appresso la cuccia.
La botticella al collo contiene Martini Vodka: agitato, non mescolato.

Barzotto.
Mitico frutto dell’accoppiamento tra Zeus tramutato in cavallo e Giunone tramutata in asina: il risultato è un mulo che lancia fulmini e depone le uova.
Molto pericoloso per i conduttori di cattivo carattere.

Astigmatico.
Ibrido tra una astice e un matematico, risulta un crostaceo che sa far di conto, indispensabile negli acquari affollati.
Invece quello tra un astice e una matematica è il matemastice, crostaceo appiccicoso e sigillante, utilissimo negli acquari che perdono.

Cantagallo.
Nasce dall’unione di un gallo con una cantante neomelodica.
Il risultato è una radiosveglia sintonizzata su Gigi D’Alessio.
L’ultima volta è stato visto in un noto autogrill toscano che cercava di vendere Cd tarocchi di Anna Tatangelo.

Ostregatto
È l’incrocio tra un felino e un veneto alticcio. Ama la cipolla e il caffè corretto. Popola le calli veneziane ed è intrattabile dopo il tramonto.

Minotamauro
Segnalato tardivamente da tutte le questure d’Italia, è il risultato della fusione tra il DNA di Mino Reitano e la tigre di un boss della banda della Magliana. Pretende funerali sfarzosi, con colonne sonore di Nino D’Angelo e karaoke sul feretro. Il Pd ha già annunciato l’imminente varo del Death Act per bloccare la diffusione del sinistro fenomeno sul territorio nazionale.

Chimerda
Le descrizioni e gli avvistamenti di questo animale variano in modo significativo. Secondo alcuni può sputare fuoco, avere testa di leghista, corpo – o porco – di capra e coda di drago. Secondo l’orientamento prevalente, si tratta solo del PD.

Riusciremo ad archiviare quest’estate mannara, in cui le uniche notizie grottesche sono quelle vere?

(L’illustrazione sul tetto che scotta è del gattofilo Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli)

I Marò ci rubano il lavoro!

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

Grazie ai contatti internazionali intrattenuti in questi anni con i principali organi di stampa, Torte Scorrevoli è in grado di dare in anteprima assholuta uno scoop esclusivo dall’agenzia China Syga

Clamorosa protesta dei detenuti indiani:
“I Marò ci rubano il lavoro!”

Mumbai (dal nostro corrispondente)
Rivolta nelle carceri indiane: migliaia di detenuti si sono ammutinati per protestare contro il trattamento di favore di cui godrebbero i militari italiani.

180 dollari al giorno, ospitati nella foresteria dell’ambasciata, divise lavate con Perlana, occhiali griffati: questi, secondo il portavoce dei ribelli (e anche secondo la Farnesina) i benefit destinati ai marò e non agli altri milioni di incarcerati nelle prigioni indiane.

Singolare il metodo di protesta: vista l’estrema diffusione (volente o nolente) dello sciopero della fame nel subcontinente, i rivoltosi, con la guida spirituale del guru Parannantsa Yoganantsa (autore del best seller “Autobiografia di uno Yogurth” n.d.r.), hanno iniziato a mangiare a strippapelle gli agnolotti di Giovanni Rana, quelli alle tre carni per non far torto a nessuna delle principali religioni del paese.

Amnesty International e GreenPeace hanno iniziato una raccolta di firme denunciando la barbarie del gesto e il silenzio delle istituzioni internazionali.

Il segretario dell’ONU Ban Ki-moon ha espresso un severo monito, Giovanni Rana l’ha cancellato dagli amici di Facebook.

Si registra già un decesso tra i manifestanti: un ergastolano di Bangalore, ascoltando alla radio la piccata e violenta reazione della Mogherini, è scoppiato in un accesso di risa irrefrenabile che l’ha rapidamente portato alla morte.
Il corpo è ora sotto esame presso il Coroner.

Sulle strade della Provenza

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

Sulle strade della Provenza, ieri.
Mezzogiorno, 36° all’ombra, percepita: 1000°.
Strada dipartimentale francese, schiena d’asino e asfalto “arlecchino”, ovvero a toppa continua, brecciolino, polvere, furgoni e trattori.
Temperatura dell’asfalto: 45° (toppa più, toppa meno).

Coppia di cicloturisti, dalle bandierine apparentemente belgi, trainanti quei simpatici carrettini tecnologici porta-bimbi carichi all’inverosimile di ogni cosa, dalle tende ai salvagenti dei bimbi, alle immancabili Birkenstock, il tutto appeso variopintamente ai carrettini.Carrello-per-bicicletta-20150626064344

Che però contenevano, ohimé, anche i bambini…

Ora, non entro nel merito dell’educazione genitoriale nordico-spartana (recentemente diventata ossimoro, visti i rapporti tra nordici e spartani), né sull’enfasi ecologista di popoli con una “cultura del rispetto del pianeta” che a noi mediterranei probabilmente sfugge, né, men che meno, sull’aspetto salutista del cicloturismo, soprattutto se su scala continentale.

Ma quei poveri cristi di bambini, dentro un trasportino di metallo e rete, che neanche un gatto ci entrerebbe una seconda volta, non ammortizzato, che se ci mettete il latte dopo un chilometro è già burro, a cinque centimetri dal suolo rovente, con i fumi di scarico dei veicoli ad altezza narici e, ciliegina, le ruote della bicicletta trainante che sparano brecciolino e polvere direttamente e inesorabilmente in faccia, malgrado la flebile protezione di una retina “parabrezza”, quei poveri bambini, dicevamo, che vi hanno fatto per massacrarli così, fin da piccoli?Babycicle

Cos’è, una prova di resistenza?
Se non ce la fanno li leghiamo al guard-rail e li abbandoniamo?
(e forse lo preferirebbero…)

Una mitridatizzazione?
Se arrivano vivi alla prima elementare non li ammazza più nessuno, neanche Chernobyl?

Una scommessa fatta al bar, da ubriachi?
Persa, naturalmente, e questo era il pegno?

Se esiste un dio dei figli piccoli dei cicloturisti, spero che rompa una gamba al babbo, che faccia venire delle ragadi urticanti alla mamma, che li costringa, infine, a noleggiare un minivan, caricarci tutta la mercanzia e tornare mesti (i genitori), ma sopravvissuti (i figli) nel loro Belgio felix.

A sognare la prossima vacanza salutare ed ecologica (sperando che nel frattempo la convenzione di Ginevra aggiunga i carrettini-porta-bambini-dei-cicloturisti-cretini tra gli strumenti di tortura sottoposti a embargo).

P.s. Accontentatevi della fotografia presa dal web, ma il traffico era tale che guidando non ho potuto scattarne una. Così, tanto per capire…

La velocipedistica illustrazione è invece del mirabolante Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli

Unità

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

-Certo che ‘sto cimitero è ‘na meraviglia, abbiamo fatto bene ad ascoltare il tassinaro.

-Vero! Vabbè… okkei… hai sempre ragione tu, ché io non ci volevo venire in un cimitero… ooooh, l’ho detto!

-Beh, guarda che spettacolo quell’angelo laggiù, e poi Shelley e Keats, mica ciufoli, eh?
E che silenzio!

-Mah, ‘nsomma…

-Che c’è?

-Ssssht! Zitta ‘n po’!

-Ma…

-Ssssht! Ascolta!

-Ma cos’è?

-Non so, viene da quella tomba là…

-Sì, ma cos’è?

-Sembra una cosa che gira sottoterra…

-Il rumore sembra più di un girarrosto…

-Sì, figurati! ‘na rosticceria. Ma và, sottoterra sarà una trivella.

-Nel cimitero?

-E non lo so, ma sicuro è qualcosa che gira vorticosamente, che si rivolta…

-E di chi è ‘sta tomba?

-Aspetta che leggo:

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Feticismo del piede (con querela del piede)

In evidenza

di Licia Satirico

Come ogni anno, Torte scorrevoli si concentra sulle tendenze moda dell’estate incombente.
Se siete provati dal costume e l’espressione must have vi causa subito un’eruzione cutanea, se uscendo di casa avete l’impressione di assistere sotto LSD alle riprese di Hollywood Party, siete capitati nel posto giusto. O nel vostro incubo peggiore.11414415_1102604049756851_365061525_n

Quest’anno, certi della vostra indulgenza, ci siamo concentrati prevalentemente sulle scarpe: perché la scarpa dice tutto di chi la porta.

Lo stivale estivo.
Ossimoro climatico, è un classico podologico intramontabile.
Quando piove, se siete fortunati, si dissolve come le ceneri di Dracula.
Se c’è il sole, lo stivale estivo vi darà una simpatica impressione – molto trendy – di palude cambogiana, che in casi estremi potrà farvi desiderare l’amputazione degli arti inferiori. Quest’anno l’ineffabile calzatura si è profondamente rinnovata, abbandonando gli antichi colori sgargianti (dal bianco-ingessatura al verde ramarro) per reinventarsi in nuove irresistibili declinazioni:

  • Pride dei vigili del fuoco.
    Un cilindro colorato in materiale idrorepellente vi fascia fino al ginocchio, mentre la suola in gomma vi permette di camminare su suoli arroventati dal solleone. Infilarlo senza calze è semplicissimo. Per toglierlo, potete rivolgervi tranquillamente al pronto soccorso ortopedico più vicino a voi (pare sia stato creato un codice apposito per la nuova emergenza).Pride

  • Mantide floreale.
    La femme fatale dell’estate 2015 indossa stivali neri in raso di seta trapuntati con motivi a fiori, collocandosi così tra Heidi ed Eva Kant. Consigliato per party al cimitero monumentale o per picnic notturni in un cantone svizzero.mantide

  • Bovaro texano.
    Siete incerti se recarvi a un rodeo o a un consiglio di dipartimento? Avete sempre avuto vaghezza di mungere vacche tra una conference call e una transazione finanziaria? Quest’anno potrete andare in giro con pantaloni sfrangiati, stivali con lo sperone e cappellone alla Rock Hudson nel Gigante. Non lamentatevi, poi, se qualcuno vi prende a sassate scambiandovi per uno yankee favorevole alla pena di morte.

  • Squaw.
    L’ultimo grido è lo stivaletto Comanche decorato con bijoux, borchie e strisce di pelle lunghe fino all’emisfero australe. C’è una sola controindicazione: vostro marito potrà cedervi al Grande Capo in cambio di cinque collane di perline e due bufali.squaw

    Il sabot Luigi XV.
    Riconoscibile dall’inconfondibile punta acuminata, il Luigi XV è un sabot reazionario. Indossandolo vi verrà voglia di invadere il ducato di Lorena e di espandere il vostro impero coloniale, specie se sceglierete la versione in pizzo e tulle. Après nous, le déluge!luigi

La zoppa fiorata.
No, non è un lapsus: la zeppa di venti centimetri è fiorata, la zoppa siete voi…zoppa

Il sandalo autunnale.
La vera tendenza dell’autunno 2015 sono le scarpe aperte con calzino a vista, stile turista tedesco a Taormina. Chiaramente ispirata alle sorti dell’Armata Italiana in Russia, la nuova moda richiede buona salute e un po’ di fortuna (se siete soliti beccare cacche di cane anche con la scarpa chiusa, è chiaro che non fa per voi). In omaggio coi sandali anche una confezione di vaccino antinfluenzale.sandalo

Il sandalo lisergico.
Immaginate un sandalo francescano allacciato alla caviglia, glitteratelo e mettetegli una zeppa ortopedica di otto centimetri con suola anfibia: avete ottenuto la calzatura più gettonata dell’estate 2015 (nel senso che se esistessero ancora i gettoni bisognerebbe colpire violentemente chi la indossa).lisergico

Il pantalone lacerato.
Quest’anno il jeans deve essere talmente strappato da suggerire l’impressione di essere stati appena aggrediti e rapinati. Se volete dare un tocco di fresca tonicità ai vostri antiquati pantaloni di tela integri, vi metto a disposizione il mio bassotto per qualche minuto.

La tuta.
Si tratta di un capo di abbigliamento sexy e di rara eleganza, con un’unica colossale controindicazione: se la indossate in luoghi pubblici, dovete scordarvi di andare in bagno e augurarvi di potervici recare con calma, dignità e classe. Le probabilità di incappare in un wc alla turca segnalabile all’ufficio d’igiene sono direttamente proporzionali alla complessità di allacci, fasce e cerniere, oltre che alla lunghezza del pantalone.

Le righe orizzontali.
Le alternative sono due: se siete in carne vi allargano come lo schermo di un televisore al plasma, se siete magri evocano il look Alcatraz, tendenza braccio della morte.

I leggins animalier.
Li inserisco in questa galleria degli orrori perché fanno abbaiare furiosamente il mio cane, che ha un eccellente senso estetico.

PS: sono di limitata immaginazione e non ho inventato niente, come la galleria fotografica qui allegata – realizzata di persona personalmente – dimostra in modo disarmante. Ho taciuto sui prezzi delle scarpe, che spaziano dai 350 ai 1230 euro: il che dimostra in modo desolante che la distribuzione della ricchezza è inversamente proporzionale al quoziente d’intelligenza.

PPS: di difficile interpretazione il modello sottostante: potrebbe rappresentare il desiderio di un rapporto tergo-podalico con il Presidente del Consiglio?fallico

(La conturbante illustrazione è del funambolico Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli)

Il giorno indelebile

In evidenza

di Licia Satirico

Esistono poche giornate di cui ogni attimo diventa memoria, sentimento, segno.

Del 23 maggio 1992 ricordo lo sgomento, il lutto stretto: lo stesso lutto che s’indossa alla morte di un familiare (perché la speranza e la giustizia sono concetti intimi).

In verità ricordo perfettamente anche i giorni precedenti: stavo facendo il concorso in magistratura. Mi ero laureata da pochi mesi e avevo deciso di tentare l’impresa, dopo uno studio bulimico destinato a un probabile insuccesso.

Venivo da una famiglia di magistrati e mi sembrava naturale proiettarmi in una dimensione ostile eppure conosciuta: i faldoni, le notti di lavoro, l’asocialità idealista di un nonno amato come nessun altro.

Nei giorni del concorso avevo incrociato una commissaria dall’aria acuta e dolce, sorridente, elegante. Si chiamava Francesca Morvillo.

Francesca-Laura-Morvillo

Non sapevo che fosse la moglie di Giovanni Falcone e certo non potevo immaginare che quelle che viveva nell’aula accaldatissima dell’hotel Ergife fossero le sue ultime ore di vita.

Mi è nitido ogni suo gesto, il cerchietto tra i capelli, il suo aggirarsi mite tra i banchi. Ancor oggi mi pare pazzesco che quella donna sia stata annientata da una violenza brutale mentre un treno mi riportava in Sicilia.

Viaggiavo con un battaglione di bersaglieri che oggi farebbe inorridire le “aree del silenzio” dei Frecciarossa che nessuno ha voluto portare qui in Sicilia.

Faceva un caldo inconcepibile, che mi rendeva ancora più doloroso il pensiero della mancata consegna dell’ultimo tema. Non c’erano i cellulari e il treno rappresentava una categoria dello spirito: una cesura col mondo, che scorreva impassibile e assolato dietro i finestrini come se nulla fosse accaduto.

Appresi della strage solo a Villa San Giovanni, stordita e sconvolta come parecchi anni dopo mi accadde solo l’undici settembre del 2001. Ma allora fu morte in diretta, moltiplicata all’infinito e apparentemente insensata, mentre fu troppo facile comprendere cosa significasse Capaci.

Arrivata a casa sentii il nome di Francesca Morvillo tra le vittime e capii tutto, schiantandomi a terra.

Nulla fu più come prima.

Nulla poteva essere come prima.

Non ho dormito, non ho mangiato. Non riuscivo più a leggere, a pensare, a darmi pace. Nell’arco di poche settimane mi sono resa conto di non riuscire più a immaginare un futuro in magistratura: in un Paese in cui i magistrati diventano martiri dopo veleni, isolamento e corvi, in un sistema in cui la criminalità organizzata si mimetizza nelle istituzioni e fa il salto di qualità, Cosa Nostra va battuta sul tempo.

I magistrati non devono essere eroi isolati e disperati: il contrasto alle mafie deve diventare battaglia di civiltà, di legalità, di solidarietà.

Di cultura, di formazione, di aggregazione.

Con decisione impopolare tra i familiari, scelsi di insegnare. Non me ne sono mai pentita e oggi oso immaginare che il mio gran rifiuto sia stato capito, se non perdonato. In più di vent’anni di carriera ho contribuito a forgiare giovani che sono diventati magistrati scrupolosi (il mio orgoglio: sono un non magistrato che ha creato magistrati). Lavoro coi ragazzi nella certezza che la loro mente fertile sia un potente antidoto alla morte della cultura e alla cultura della morte.

Solo così posso accettare, con immensa fatica, ciò che è accaduto il 23 maggio del 1992. Solo così riesco a pensare che non deve accadere mai più.

Settant’anni e non sentirli… più.

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

E son settanta!
Ed eccoci qui ancora a fare i conti con la memoria che, come ha benissimo scritto Licia, o è corta o è morta, assassinata dai media e dai cosiddetti “intellettuali moderati”, che già mi sembra un bell’ossimoro.

Vorrei fare anche quest’anno qualche considerazione “sul campo”, un piccolo campionario del rapporto della “gente” con la nostra festa laica (forse) per eccellenza.

Lapidi 1
Nel solito giro di manutenzione delle lapidi prima del 25 ero sulla scala a sistemare i fiori quando compare il portinaio dello stabile che tutto fiero, in un italiano molto approssimativo, mi racconta che si era staccata la ceramica con la fotografia e che lui l’aveva riattaccata con il silicone e mi chiede di controllare se era attaccata bene, che è importante, che va curata, quella lapide.
Non credo sia nato in Italia e forse non sa neppure bene chi fosse e cosa rappresentasse quell’uomo, ma anche nella “sua” storia sa che il rispetto per la memoria è un caposaldo della vita civile, che quella lapide sul “suo” palazzo è un onore e una responsabilità.

Lapidi 2
Continuando il giro, arrivo di fronte a un albergo “elegante” del centro, appena ristrutturato, con la facciata tinteggiata di fresco e gli ottoni che risplendono.
Entro, per cortesia, a comunicare che sistemeremo i fiori sulla lapide che è murata giusto al centro della facciata.
Il concierge, italianissimo, in alta uniforme e atteggiamento holliwoodiano mi guarda sprezzante (sono in jeans e polo rossa col foularino dell’A.N.P.I. intorno al collo, sono pelato, ho i baffi a manubrio e quasi sessant’anni) e mi dice seccato che “possiamo fare quel che ci pare” (con l’aria di chi li farà togliere subito dopo).
La lapide è sporca e la striscia di bronzo ossidata in mezzo allo scintillio dei metalli e dei colori. Ripuliamo e sistemiamo i fiori, segnando sull’elenco di ricontrollare presto.

Fiaccolata
Soliti amici (benedetti!) e solite riserve: età media (ho già chiarito che io sono considerato “ciovane”) elevata, il solito corteo a rischio incendio (per la fiaccole ci vorrebbe il porto d’armi), il solito palco delle autorità, il NON solito impianto audio (la crisi ha portato il decremento dei decibel sotto la soglia di percezione Amplifon), a parlare gli “inarrestabili” delle commemorazioni ( 45′ al microfono per una ultranovantenne alle 21.30 sono considerabili “tentato omicidio” nei confronti della medesima e “tentata strage” nei confronti del pubblico presente), venditori ambulanti molesti, (pochi, ma non pochissimi) giovani “resistenti” ben oltre i limiti della Convenzione di Ginevra.

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Qui mi fermo, alle 23.00 del 24 aprile, perché domani sarò a Milano alla manifestazione nazionale dell’A.N.P.I. e spero caldamente di ricredermi sul pessimismo storico-social-culturale che mi pervade.

Ma qualche spunto di riflessione mi sento di buttarlo sul tavolo.

1) Siamo sicuri che i cosiddetti “immigrati” non abbiano compreso e assimilato la “nostra” Storia, anche perché non così dissimile dalla “loro”?

2) Siamo sicuri che i cosiddetti “italiani” abbiano compreso e assimilato la nostra Storia (quella vera, eh? Mica Evola o Pansa, che mi piace sempre mettere vicini)?

3) Siamo sicuri di aver fatto tutto il possibile perché la pagina migliore della nostra Storia degli ultimi mille anni (per esser generosi) fosse compresa e assimilata dalle generazioni successive alla pagina medesima?

Quest’ultimo mi sembra un punto importante: l’anno scorso, complice il concerto al termine della fiaccolata che sanciva anche l’inizio del Jazz Festval, i giovani si sono fermati in piazza volentieri.
Quest’anno, fatto il loro dovere alla fiaccolata, espressa qualche mozione antagonistica passata per “resistente”, non hanno “resistito” alla logorrea istituzionale del palco e sono, serenamente, scappati in compagnia di quasi tutti i meno giovani.

Allora, bisogna forse interrogarsi, come ha fatto anche Giovanni De Luna recentissimamente: siamo sicuri che i modelli culturali con cui abbiamo trattato e trattiamo la Resistenza siano ancora attuali?
Siamo sicuri di riuscire a sensibilizzare i giovani sui grandi temi sociali e morali che i partigiani hanno dovuto affrontare, volenti o nolenti?
Siamo sicuri che per far comprendere alle future generazioni cos’è stato veramente quel momento storico non sia necessaria una Storia della Resistenza.2 ?
E se sì, siamo in grado di realizzarla?

È con questi interrogativi che mi preparo alla manifestazione nazionale dei settant’anni, per sentirli ancora, commosso, per tanti anni ancora.

Buon 25 Aprile, Resistenti che ci siete ancora e che non ci siete più!

(Dedico questo mio 25 Aprile a Massimo Ottolenghi e ai suoi “quasi” 100 anni.
Il suo diario dei primi trent’anni “Per un pezzo di patria”( ed. Instar) dovrebbe essere di esempio a tutti noi. Buon 25 Aprile, avvocato!)

La memoria Resistente

In evidenza

di Licia Satirico

Pare proprio che la memoria della lotta di Liberazione dal nazifascismo si sia persa in un buco orwelliano.

Guardando su internet un frammento della trasmissione Ballarò del 21 aprile scorso ho scoperto che solo un giovane su dieci – tra quelli intervistati per il programma a Roma e a Livorno – possiederebbe vaghe conoscenze, nebulose imbarazzanti supercazzolari e talora reazionarie, sulla ricorrenza del 25 aprile. Pare che in studio un partigiano superstite, tenace come una roccia, abbia invitato i ragazzi a riappropriarsi degli ideali di libertà della nostra Costituzione e del sistema democratico che su essa si fonda.

Poco so dirvi del resto della trasmissione, perché odio la tv e la considero corresponsabile della marea montante di oblio greve: non la guardo quasi più per legittima difesa (e anche perché è molto costoso fare a pezzi televisori al plasma appena appaiono certe facce). Abbraccerei però quel vecchietto straordinario, dalla tempra incrollabile: l’unica risorsa che potesse restituirci quella libertà che adesso siamo disposti a barattare.

Esistono persone che non dovrebbero morire mai, giacché la nostra memoria muore facilmente e di tante morti diverse. Muore di pigrizia tra scuole fatiscenti e programmi inadeguati. Muore istupidita da media compiacenti. Muore dopata dai postumi psichedelici di un nuovo ventennio di prevaricazioni e privilegi odiosi, di corruzione senza liberazione. Muore ingannata dal transeunte Cavalier Cipolla di cui, citando Thomas Mann, parla Alberto Cavaglion nel bel libro La Resistenza spiegata a mia figlia. Muore estenuata da un mondo precario in cui non esiste il futuro perché non esiste il passato.
Muore sedotta da un fascismo eterno, versatile e trasformista: oggi è la paura del diverso, del brutto sporco cattivo, è l’illusione della rinascita con la perdita di dignità e garanzie, è lo smantellamento costituzionale travestito da riforma. È la frode di un sistema elettorale imposto grazie a un premier che non è mai stato designato da un parlamento eletto, a sua volta, con un sistema elettorale incostituzionale.

Fascismo è la perdita inesorabile del nostro senso di umanità, è l’esultanza gioiosa di fronte all’olocausto del mare.

Per me il 25 aprile è laicamente sacro: lo è stato quando nonno Aldo mi parlava della Resistenza, lo è adesso nell’indignazione dell’indifferenza e della mistificazione, lo sarà domani quando ne parlerò ai miei nipoti.
Negli anni scorsi ho ricordato le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, ma quest’anno sento il bisogno di parlare dei vivi.

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Dedico queste parole a Enrico Angelini, il partigiano novantenne che poche settimane fa ha cancellato la svastica disegnata da ignoti sui muri della cascina di Rodicosa, luogo simbolo della Resistenza nei pressi di Foligno. Con la serenità di chi sta compiendo un gesto necessario, Angelini ha eliminato l’oltraggio come si scaccia una mosca, lasciando una rosa dove l’imbrattatore aveva trafugato la targa in memoria dei compagni caduti.

Quella rosa è il nostro pegno.

Buon 25 aprile, Enrico. Buon 25 aprile, nonno.
Buon 25 aprile a noi che Resistiamo sempre, ma in questo giorno ci emozioniamo di più.

Porci con le pinne

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

Fenomenale colpo di genio della nostra Marina Militare, brillantemente stimolata dal nostro pirotecnico Premier.

Come distruggere i barconi dei migranti e i far fuggire i fondamentalisti islamici in un colpo solo:
mandiamo i maiali!

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Nella totale insipienza in cui naviga l’attuale classe dirigente, l’idea è venuta al figlio dell’attendente del capo di stato maggiore della Marina, allievo della terza media (o come si debba chiamarla ora) che distraendosi per un attimo da un complesso videogame sul suo smartphone, udì per caso il professore di storia parlare del Siluro a Lenta Corsa (in questi giorni capita di ripescare i vecchi articoli) e riportò divertito il soprannome del suddetto al babbo.

Il quale, ignorando serenamente di cosa si trattasse, ma gonfio di enfasi meritocratica e conscio dell’aleggiare del Jobs Act, preparò per il suo capo una sintesi tecnico-religios-santanchèica, prontamente (lo sprint è d’obbligo con questo governo) avallata e rinviata al presidente del Consiglio che già la sta confezionando in più lingue e più pacche sulle spalle per il summit dei capi di governo europei sull’emergenza sbarchi.

Se funziona, il vantaggio rispetto ai droni è evidente e l’encomio garantito.

Drône de guerre…

I gelsomini e la teologia della Liberazione

In evidenza


di Licia Satirico

A mio nonno Aldo

Sono diciotto anni che ti cerco ogni giorno.
Vivo tra le tue cose, leggo i tuoi libri, indosso le scarpe allacciate che tanto amavi e m’intabarro nelle sciarpe: la nostra coperta di Linus contro i mali dell’essere, l’estremo baluardo di difesa contro quelli dell’apparire.

Non ricordo il momento esatto in cui decisi che un giorno sarei stata come te. Per essere uguali non occorre avere lo stesso sangue, basta regolare il cuore sullo stesso battito come se fosse un orologio senza lancette.
Sei stato padre e nonno pur non essendo biologicamente né l’uno né l’altro.

Vedendo Giovanardi o Salvini, Lupi mannari e Troike assassine ti saresti scatenato nel peggior turpiloquio, con la raccomandazione inutile di non ripetere i medesimi concetti nella stessa forma: ci tenevi che sembrassi una bambina ammodo, anche perché in famiglia ti si riteneva responsabile di fomentare la mia natura eversiva facendomi anche dono della parola urticante.

Mi hai protetta dalle lacrime di mia madre che desiderava un maschietto e si ritrovava tra le braccia un granchio femmineo anguicrinito, dalle divise da marinaretto della scuola elementare, dai Grandi Assenti.
Mi hai protetta anche da te stesso, dandomi un’immagine solida di equilibrio titanico come unico modo possibile di vivere la vita.
Ora so quanto ti costasse.

11081762_1053707757979814_616999551_nErano gli anni di piombo e anche tu ricevevi minacce, ma non volevi la scorta. La nostra ombra era un brigadiere che sarebbe piaciuto a Simenon, alto e mite.
Un giorno gli intimasti di arrestarmi per stroncare con terapia d’urto la mia passione per articoli di cancelleria di provenienza sospetta. La misura restrittiva funzionò in modo esemplare e non ne parlammo mai più, come se il misfatto fosse stato iscritto in un nostro casellario segreto.

Eravamo insieme quando sentimmo del sequestro Moro.
Eravamo insieme quando elessero quello strano papa polacco e tu mi parlasti della teologia della Liberazione, tua grande passione.
Non mi hai mai trattato come se fossi una bambina e oggi ti amo più di allora per non averlo fatto. Con te la realtà non poteva avere veli, né stadi intermedi di conoscenza edulcorata.

Ti concedevi le grandi passioni dei libri e dei gelsomini.
Guidavi come un pazzo e avevi un senso folle dell’arredamento, che spesso si traduceva in salotti policromi a pelo lungo agitati e non mescolati.
Mi chiedo ancora come mai un uomo così raffinato fosse affascinato dagli armadi a specchio con luci interne e rivestimenti transilvanici, spacciandoli pure per pezzi unici incompresi.

Eri un laico possibilista.
Tua madre Licia era dell’idea che qualcuno ti avesse riservato un posto in paradiso a tua insaputa (gratis e senza vista sul Colosseo, preciseresti adesso). Sopportavi amabilmente l’idea della morte, terrorizzato dalla perdita delle persone amate.
La morte, non senza riguardoso rispetto, ha mescolato nella tua anima dolente vivi e morti, tempo e spazio. Negli ultimi tempi ero diventata tuo fratello morto in guerra, ma non cambiava nulla perché la popolazione del cuore è caotica come il traffico di Palermo nell’ora di punta e non risente del banale fatto di respirare.

Ora soffriresti dolori atroci per una sinistra ossimorica, per i rigurgiti acidi di fascismo, per il senato ornamentale e altre riforme prostituzionali, per i diritti traditi, per il lavoro venduto, per una società in cui i giovani invecchieranno senza futuro e i vecchi lavoreranno senza passato.

Tu mi diresti di lottare: ed è per questo che trasformo il ricordo di te in un antidoto potente contro questi tempi bui.

Con immenso affetto,

la tua L.

La scuola di specializzazione per le professioni illegali

In evidenza

di Licia Satirico

Ogni anno in Italia abbiamo 120 miliardi di evasione fiscale, 60 miliardi di corruzione e 350 miliardi di economia sommersa, pari ormai a quasi il 20 per cento della ricchezza nazionale. Ma varrebbe la pena di aggiungere gli oltre 500 miliardi nascosti dai proprietari italiani nei paradisi fiscali e sui quali non si pagano le tasse. Sessanta miliardi di corruzione e 120 di evasione fiscale fanno 180 miliardi l’anno. In dieci anni sarebbero 1800 miliardi: esattamente quanto l’intero stock del debito pubblico. Si potrebbe azzerarlo e vivere felici (Nunzia Penelope, 2011).

Il dato è ormai allarmante: le iscrizioni al corso di laurea in giurisprudenza sono in calo sistemico, grazie alla crisi delle professioni legali tradizionali e al più generale collasso di atenei costretti ad aumentare le tasse per assicurarsi margini minimi di sopravvivenza. Oppressi dalla burocrazia, martoriati dalle circolari, angosciati dalle scadenze, i professori cercano di riorganizzare il corso di laurea magistrale e la formazione post-laurea, insistendo sulla necessità di rendere gli studi più competitivi sul mercato del lavoro.

In tempi di jobs act e di spending review, Torte scorrevoli è in grado di anticiparvi – con uno scoop sensazionale – il colpo d’ala che consentirà un’adeguata formazione professionale delle nuove generazioni e il rilancio di atenei alla fame: la Scuola di specializzazione per le professioni illegali. Ecco a voi il piano degli insegnamenti per il prossimo anno accademico.10934480_1024741847543072_861421928_n

I anno

(comune a tutti gli indirizzi, comprende le materie necessarie alla “prima formazione”. Sono previste almeno due verifiche teorico-pratiche per ogni disciplina)

  • Fondamenti romanistici della criminalità organizzata.

  • Idoneità linguistica: cinese, russo, giapponese.

  • Metodologie mafiose comparate.

  • Diritto del lavoro nero.

  • Teoria e prassi dell’intimidazione.

  • Diritto prostituzionale.

  • Truffe ai danni dell’Unione Europea.

  • Ingiustizia costituzionale

  • Storia e sistemi dei rapporti tra Stato e Mafia.

  • Storia delle stragi impunite

  • Dinamiche dei conflitti d’interessi e loro neutralizzazione.

  • Tecniche incostituzionali di normazione penale.

  • Scienza del lenocinio italiano e comparato.

II anno (articolato per indirizzi)

Indirizzo politico-mafioso:

  • Fenomenologia dell’appalto.

  • Tecniche di edilizia abusiva.

  • Turbative d’asta.

  • Metodologie dell’occultamento (con prove pratiche).

  • Balistica.

  • Diritto cannonico

  • Teoria e prassi del reimpiego di capitali illeciti.

  • Corruzione in atti giudiziari: scienza dell’impunità dell’accusato.

  • Metodologia del voto di scambio.

  • Filosofia del delitto.

  • Contabilità pubica.

  • Contabilità privata.

Indirizzo bancario-societario:

  • Dislocazione dei caveau cittadini

  • Storia e sistemi dei conti esteri cifrati.

  • Diritto delle società off-shore.

  • Dinamiche dell’aggiotaggio e dell’insider-trading.

  • Linee evolutive del falso in bilancio.

  • Evasione e paradisi fiscali.

Indirizzo corruttivo

  • Definizione di pubblico ufficiale e di incaricato di pubblico servizio.

  • Scienza e tecnica degli appalti.

  • Il familismo negli enti pubblici.

  • Canalizzazione delle tangenti.

  • Proporzione e sproporzione della prestazione corruttiva.

  • Sistemi di pagamento elettronico.

  • Nozione di altra utilità (con esercitazioni pratiche).

Per incentivare la frequenza della scuola ed il rendimento degli allievi, le Cupol… ehm, i Consigli Direttivi assegneranno alcune borse agli studenti più meritevoli. Le borse saranno attribuite ai primi cinque studenti che le avranno scippate senza essere arrestati in flagranza.

PS: qui si scherza, ma la cosa è serissima. Avete idea di come sarebbe il nostro welfare con 1800 miliardi di euro per scuola, università, cultura, giustizia e sanità? Diamo un futuro ai giovani, alla ricerca e a questo Paese combattendo l’evasione fiscale, la corruzione, il riciclaggio e l’indotto che ne deriva. E smettiamola una volta per tutte con evasori conclamati che si transustanziano in Nazareni o in padri costituenti.

(La didatticissima illustrazione è del Professor Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli)

Talebani Italiani

In evidenza

di Licia Satirico

Non condivido quello che dici, ma sarei pronta a morire pur di vederti coperto di insulti mentre lo dici (Voltaire apocrifo).

Mentre il mondo affronta il dramma del terrorismo fondamentalista, il nostro Paese precipita nel fondamentalismo comico: rigurgiti reazionari xenofobi e ultracattolici danno corpo a nuovi fenomeni antropologici, che Torte scorrevoli rivisita per voi senza timore di scomunica.

Matteo Salvini.
Dilaga sui mass media, persino nella veste di paladino della libertà di satira, col consueto refrain del “mandiamoli a casa loro”, dimenticando che chi approda sulle nostre coste non ha più case né altro da perdere. Mescola in crescendo rossiniano immigrazione e terrorismo, religione e sicurezza, difesa del territorio e razzismo. Flirta con Marine Le Pen nell’indifferenza generale. Il 19 dicembre scorso ha fondato il movimento
Noi con Salvini, con cui tenterà di presentarsi alle elezioni al centro-sud (lui però direbbe “terronia”). Alcuni sondaggi lo danno già al 14 per cento: fine dei partiti tradizionali e tramonto del dibattito pubblico? A noi viene in mente solo Arthur Bloch: la somma dell’intelligenza media sulla Terra è uguale a costante, la popolazione è in aumento.

Roberto Maroni.
Appoggia, con tutto il consiglio regionale lombardo, il convegno
Difendere la famiglia per difendere la comunità, consentendo l’utilizzo a scopi omofobi del logo di Expo 2015.
E qui sta il busillis: se Expo è una rassegna sul cibo – o sul magna magna corruttivo che l’ha preceduto – cosa c’entra l’alimentazione con le tendenze sessuali? Torna in mente la risalente diatriba del patron della Barilla sui cibi ortodossi e su quelli eversivi, su alimenti disinibiti, moderati o piddini (maggioritari e minoritari).
Ci si può sbizzarrire: la cassoeula difende la famiglia tradizionale mentre l’uovo in raviolo, ambiguo, non è presentabile sulle tavole di centrodestra?
Il Praga è raccomandabile mentre il culatello va segnalato alla buoncostume?
Ciò su cui non ci si può sbizzarrire è la presenza alla manifestazione sponsorizzata dalla Regione Lombardia di un sacerdote in odore di pedofilia: un formidabile lapsus degli ultracattolici sul lato oscuro delle famiglie tradizionali.

Le sentinelle in piedi.
Individui singolari con un libro in mano vigilano sulla nostra moralità, condannando ogni deviazione dalla famiglia tradizionale. Gli omosessuali? Tornino a casa loro, come gli immigrati. Il fenomeno è in rapida evoluzione: si segnalano sentinelle sdraiate, che si piazzano sul vostro letto con taccuino e matita per controllare il corretto espletamento della sessualità coniugale, sentinelle natanti, che controllano atti osceni balneari, e sentinelle itineranti come criceti nella ruota.
Corre voce che il sindaco di Roma intenda assumerli in blocco come ausiliari del traffico, licenziando i vigili assenteisti di Capodanno.10937434_1017423608274896_1190506006_n

Mario Adinolfi.
Il rubicondo fondatore de
La croce ha dichiarato a La zanzara che «la moglie sottomessa cristiana è la pietra fondante su cui si edifica la famiglia.
Sottomessa significa messa sotto, cioè la condizione per cui la famiglia possa esistere. Una donna mite. E sottomessa non significa che non c’è la parità, sono due cose diverse».
Non vogliamo neanche provare a immaginare cosa significhi per una donna essere “messa sotto” dall’ex parlamentare piddino, contrario all’aborto, alla fecondazione assistita e persino all’uso dei profilattici.
Da postfemministe consumate legate romanticamente all’idea di rapporti paritetici, ci sfugge il fascino della sottomissione ad Adinolfi.
A chi abbia voglia di tentarla consigliamo un’assicurazione sulla vita.

Maurizio Gasparri.
I suoi
tweet con illazioni gratuite sulla supposta natura compiacente del sequestro delle due cooperanti italiane in Siria, difesi con arroganza sulle pagine di Repubblica, fanno rimpiangere quelli in cui si occupa di cinema e persino quelli in cui parla di politica.
In verità, l’ex colonnello di An fa venire in mente Agatha Christie: non ci meravigliamo più del fatto che Gasparri pensi certe cose, quanto del fatto che pensi.

Giovanardi.
Di recente non esterna con frequenza, ma merita una menzione
dishonoris causa.

PS: Sono nata in terra di meticciamenti arabo-normanni, senza i quali non avremmo la cassata – cibo pericolosamente multiculturale – e secoli di cultura della tolleranza. Sono stata allevata da un uomo che è stato padre e nonno, pur non essendo né l’uno né l’altro. Sono eversiva, eretica, laica e sogno un mondo armonioso in cui nessun uomo agisca o parli in nome di Dio.

Se il mio sogno vi dà fastidio, se non riuscite a rispettarlo e comprate La croce, se vi sentite depositari del buono e del giusto senza mai essere sfiorati dal dubbio, sento il bisogno di dirvi che avete un problema.

La crociatissima illustrazione è della “sentinella” Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli

Pena Capitale

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

La recente vicenda dei vigili urbani di Roma ha scatenato l’indignazione degli italiani colpevolisti e la fantasia degli innocentisti.
Le indagini fervono nella Capitale e i certificati medici presentati dai febbricitanti pizzardoni vengono spulciati con grande attenzione.

Noi diTorte Scorrevoli siamo riusciti in uno scoop straordinario: abbiamo ottenuto una prima indiscrezione sulle principali affezioni che avrebbero colpito i capodannati capitolini, almeno così risulta da quanto dichiarato dai loro medici di base.

Polizia-Roma-CapitaleEccone un piccolo florilegio:

Tr-Ichino-si
Parassita che da anni affligge l’ambiente giuslavoristico italico, è particolarmente pernicioso per alcune categorie sociali: pensionati, esodati, dipendenti pubblici…
Colpisce prevalentemente i lavoratori, quindi negli ultimi anni la sua diffusione si sta rapidamente riducendo.
Ancora controversa la denominazione: essendo due i fratelli Ichino dovrebbe chiamarsi Dichinosi.
Si sta cercando il terzo fratello patogeno, che potrebbe essere l’

Ichino-Cocco,
Verme parassita della famiglia dei Cestodi, quindi con tutte le caratteristiche degli altri due consanguinei, ma allo stato larvale e dunque il più vezzeggiato da mammina sua, da cui il suffisso.
Si incista nel fegato dando un irrefrenabile prurito (in termini medici: je rosica).

Virus Tombola
Retrovirus della famiglia dei Filoalemannidae, fa parte dell’ordine (nuovo) dei Monunnegàzingales.
Evoluzione di fine anno del virus Ebola, ha una diffusione elevata soprattutto nella popolazione più anziana.
Sintomatologia: dapprima si presentano delle placche, dette cartelle, che gradualmente si coprono di pustole simili a fagioli finché la superficie ne è totalmente ricoperta, a quel punto giunge la fine, il malato grida Bingo! e spira.

Fuoco di San Silvestro
Come il Fuoco di Sant’Antonio fa parte del genere Herpesviridae, ma a differenza del patavino, che è buono tutto l’anno, colpisce unicamente a capodanno.
Si manifesta con eruzioni, scoppi, botti, girandole e fischioni, lasciando spesso ustioni, ulcere e contusioni; nei casi più gravi accecamenti e amputazioni, tutti a carico del S.s.n. e poi dell’Inps, cioè nostro…

Ma la più diffusa in assoluto tra le cause di certificazione per malattia della sera di capodanno a Roma è stata la:

Fasci-colite
Infiammazione intestinale che colpisce gli aderenti e i simpatizzanti a movimenti politici di estrema destra quando viene eletto un sindaco che con fatica può essere definito “di sinistra”, ma che loro addirittura chiamano “porco comunista”.
Può degenerare in Ordinovite o Casapoundite, con prognosi quasi sempre nefasta, per gli altri.
La Fasci-colite può diventare necrotizzante e condurre alla morte tra atroci dolori, ma non facciamoci troppe illusioni…

Queste alcune delle malattie utilizzate dai vigili “assenti” dal servizio la notte del 31 a Roma secondo le indiscrezioni che siamo riusciti a raccogliere in anteprima.
(Ulteriori aggiornamenti li potrete trovare nelle prossime ore sul sito www.parioleaks.gov)

Sarà interessante piuttosto scoprire quali saranno le conseguenze per quei medici basisti… ehm, di base, qualora si scoprisse che hanno certificato sindromi non veritiere.
Temiamo che le eventuali sanzioni spazieranno dall’indice scosso su e giù con lo sguardo aggrottato e un sibilato: “Cattivaccio, non farlo più!” alla sculacciata inferta con cautela per non farsi male.

Non pensiamo invece che tutta questa storia migliorerà le già difficili relazioni tra la popolazione e i pubblici ufficiali in caschetto e guanti bianchi, tanto al centro quanto alle periferie del Bel Paese.

D’altronde, l’unica evoluzione unitaria nel rapporto tra cittadini e vigili urbani è squisitamente linguistica.
Fino a qualche anno fa, i membri della polizia metropolitana erano definiti con simpatici e affettuosi soprannomi dialettali: “pizzardoni” a Roma, “ghisa” a Milano, “civic” a Torino; oggi, in tutto lo stivale, si sentono sempre più sovente definire, in corretto italiano, “vigili bastardi”.

Compitino delle vacanze di Natale per quelli onesti e diligenti (che, anche solo per motivi statistici, non possono non esserci): cosa aspettate a “spurgarli” voi questi calcoli alla cistifellea, voi che sapete benissimo chi e perché?
Se ce la fate prima di domani, vi facciamo di nuovo la Befana del Vigile, come tanti anni fa, e vi portiamo il panettone.
Promesso!

Il virus Evola

In evidenza

di Licia Satirico

I primi sintomi, severi, si sono manifestati con le manganellate su operai inermi. Angelino Alfano vi spiegherà che la manganellata antisettica ha l’obiettivo di sviluppare anticorpi, risultando credibile come quando parla di serial killer.

Poi sono arrivate quelle che, sempre secondo Angelino Alfano, sono ondate di stanchezza. In fondo chi di noi, spossato da un’esistenza intollerabile, non si è mai svegliato con un’irresistibile voglia di pogrom al posto del croissant? Chi tra noi, vivendo in una periferia degradata e balorda, non ha mai sentito il desiderio di linciare qualcuno a Tor Sapienza o in quel luogo eloquente chiamato Infernetto (non certo per gli immigrati)?

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Oggi Salvini e Borghezio ci offrono liste di indesiderabili talmente ricche da creare l’imbarazzo della scelta: rom, ragazzi dei centri sociali, immigrati, sbandati, drogati, poveri, ubriachi e tutti i brutti sporchi e cattivi dell’universo. La lista può proseguire all’infinito: mettiamoci i gay (assediati dalle sentinelle in piedi), gli anziani, i malati, gli improduttivi, quelli che quasi un secolo fa Karl Binding e Alfred Hoche, in un libello da dimenticare, definirono esseri privi di valore.

Avrete capito come la mia lista non sia per nulla casuale. Sono tutte persone che, unendo la spending review a rigurgiti di populismo, alla pochezza culturale del momento e alle derive xenofobe, potrebbero essere private a lungo del diritto di avere diritti: diritti civili, assistenza sanitaria, lavoro, sicurezza, giustizia, istruzione, prospettive. L’antica tentazione delle persone di serie B, di seconda freschezza, si ripropone in salsa verde o nera, a seconda delle stagioni.

Una classe politica rude, incolta, senza scrupoli, grumosa di destra estrema, addita il Nemico come responsabile di un degrado che ha radici molto più complesse. La gente ci crede. Ci crede ancora. Ci crede ancora una volta.

Ed è subito Evola.

PS: confesso di vivere un momento di dolorosa stanchezza (ben diversa da quella sterminatrice di cui parla il nostro ministro dell’Interno). Mi approprio allora di parole ben più autorevoli e antiche delle mie. Rimangono oscuramente profetiche e senza tempo: perché contro l’odio dell’uomo verso l’uomo non esiste vaccino.

La disgrazia degli individui senza status giuridico non consiste nell’essere privati della vita, della libertà, del perseguimento della felicità, dell’eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di opinione (…), ma nel non appartenere più ad alcuna comunità di sorta, nel fatto che per essi non esiste più nessuna legge, che nessuno desidera più neppure opprimerli. Solo nei regimi totalitari, nell’ultima fase di un lungo processo, il loro diritto alla vita è minacciato; solo se rimangono perfettamente “superflui”, se non si trova nessuno che li “reclami”, la loro vita è in pericolo. Anche i nazisti, nella loro opera di sterminio, hanno per prima cosa privato gli ebrei di ogni status giuridico, della cittadinanza di seconda classe, e li hanno isolati dal mondo dei vivi ammassandoli nei ghetti e nei Lager; e, prima di azionare le camere a gas, li hanno offerti al mondo constatando con soddisfazione che nessuno li voleva.

(…)

Qui è il nocciolo del problema. La privazione dei diritti umani si manifesta soprattutto nella mancanza di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto.

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Giulio Einaudi, 2004, 409-410.

La zona franca

In evidenza

di Licia Satirico

All’inizio sapevo solo che ti avrei incontrato.

Mi trovavo in un paese senza nome e senza colori, lungo la sponda di acque scure come il buio che attraversavo. Camminavo su una strada che costeggiava il mare: la versione ignota di un luogo conosciuto, amato, perduto. Il rumore delle onde era assordante.

Non avevo paura. Per incontrarti avrei fatto qualsiasi cosa. Sarei stata disposta a morire se fosse stato necessario: del resto, in quel momento mi pareva che tra vita e morte non ci fosse alcuna differenza di rilievo. Ero un’intrusa ben tollerata, ma non riuscivo a trovarti. Cercavo una casa, un oggetto che potesse condurmi a te: i dischi di musica classica, le matite ben temperate, i quaderni su cui appuntavi minuziosamente tutto ciò che ti accadeva, i libri su cui studiavi cose che poi mi avresti spiegato. Mi trovavo in un luogo senza altra geografia che quella dei nostri ricordi, e il buio ero io.

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All’improvviso ti ho sentito. Ci siamo sorrisi e abbiamo parlato, mentre le onde tacevano di colpo.

– Mi sei mancato moltissimo, sai?

– Anche tu, ma non potevo dirtelo.

– Come si vive dopo?

– Si esiste in mondi nascosti, al riparo dal dolore e dal troppo amore. Cilla, ci sono cose più intollerabili della morte: la povertà, l’ingiustizia, la sopraffazione. L’oblio della ruggine sui nostri sguardi sorridenti dietro fiori secchi.

– Sei solo?

– Sono con te in ogni momento.

– Perché ci stiamo incontrando solo adesso?

– Perché sento il bisogno di dirti che sei la gioia più grande: non l’ho mai fatto prima ed ho sbagliato, perché di parole non dette si muore. Un giorno saremo una sola cosa: mi hai trovato perché non mi hai mai perso. Adesso devo andare, ma questo già lo sai.

– Per quanto tempo dovrò fare a meno di te?

– Mai più.

Ti ho abbracciato a lungo.

In quel momento mi sono svegliata: il sole era alto e avevo la certezza incrollabile di non aver sognato. Ero sconvolta e pensavo a uno struggente inganno della mente: una trappola ben congegnata per congelare i dolori sospesi e dare senso all’assenza o alla presenza. Perché esistono vivi che sono grandi assenti e morti talmente presenti da essere vivi. Poi, di colpo, una notizia inattesa: una di quelle che ti avrebbero davvero reso capace di tornare dalla morte per abbracciarmi, come tante volte scherzando mi avevi promesso.

Sono un’atea serena. Eppure penso che esista una zona franca in cui vivi e morti s’incontrano ogni volta che ne hanno bisogno, schegge di infinito finito.

Gli scienziati e i creazionisti non l’hanno ancora scoperta. Mio nonno sì.

Crociera d’annata

In evidenza

di Licia Satirico

Non fare mai niente che non vorresti essere trovato morto mentre lo stai facendo (Arthur Bloch).

Sono ossessionata dalle morti idiote. L’idea di poter essere ricordata per una fine ridicola mi tormenta dal giorno in cui lessi di un tizio che teneva pistola e cellulare sul comodino. Una notte, a quanto pare, squillò il telefono…

Ogni volta che vedo un’imbarcazione, mi viene in mente il Titanic.
Nonostante questo, essendo nata sulle rive dello Stretto non resisto alla tentazione di andare per mare.
Non chiamatemi Ismaele. Semmai Imbecille.

Con un’amica cara, inseguendo l’ombra di ricordi felici, ho deciso di fare una minicrociera alle Eolie partendo da Tropea.

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Saliamo su una motonave stipata di passeggeri improbabili: un bimbo di un mese con madre, padre, fratelli, zie e nonna, una coppia di fidanzati ultramaggiorenni sorvegliata dai genitori e una torma di famiglie variopinte di provenienza geografica eterogenea.
Molti anglosassoni si sono piazzati sul ponte sotto il sole di mezzogiorno, giungendo alla meta come le ceneri di Dracula. Ignoriamo tuttora la loro sorte.

Musica neomelodica a tutto volume ci accompagna per quasi tutto il viaggio, accrescendo claustrofobia e misantropia.

Dopo due ore di navigazione, equivalenti a dieci ore percepite, giungiamo a Panarea. L’equipaggio ci informa che, pagando un piccolo extra, possiamo restare a bordo e fare il bagno in acque profonde buttandoci da una passerella per provare l’ebbrezza delle esecuzioni picaresche. In caso di sopravvivenza, ci sarà servito un pasto frugale a base di prodotti tipici calabresi.

L’extra non ci convince e sbarchiamo. A Panarea salviamo noi stesse e il senso della nostra gita, poi proseguita verso Stromboli.

A Stromboli cadiamo nella trappola del piccolo extra in cambio della deportazione verso il bagno in una caletta di sabbia nera circondata da costoni lavici. Ci viene taciuto un dettaglio fondamentale: considerate le caratteristiche dell’isola, alle sei del pomeriggio la caletta stromboliana è identica a una calotta artica, immersa nell’ombra del vulcano fumante e battuta dal vento.

Scivolo dallo scivolo poggiato sulla sabbia, comprendendo per quale motivo si chiami appunto “scivolo”.
Turisti nordici s’immergono in acqua battendo i denti, dopo essersi impanati nella gelida sabbia vulcanica di cui l’equipaggio ci ha illustrato le virtù terapeutiche. Noi ci vestiamo di tutto punto, attendendo con ansia un grog o un cordiale. Sembro un impiegato del catasto deposto ai margini dell’attività stromboliana, in attesa di una raccolta differenziata che mi collochi definitivamente nell’umido. Il ginocchio sinistro, insensibile alla lava e alla bellezza del luogo, comincia a fare un male cane. Temo abbia intenzione di querelarmi.

Nel frattempo si leva il maestrale, manifestandosi prima come lieve increspatura delle acque e poi come onda sferzante. Il rinfresco a base di prodotti tipici è una clamorosa truffa a base di condimenti pronti e di avanzi del pranzo, ma nessuno ci bada: il movimento della nave toglie rapidamente l’appetito a tutti.

Il viaggio di ritorno scatena l’inferno: i marosi minano lo stomaco di due terzi dei passeggeri. Il resto lo fa l’uomo. Perché esistono cose anche peggiori del mal di mare.

Comincia la nonna del neonato di un mese. La signora vomita in un sacchetto, subito intercettata dall’animatore di bordo. Il prode navigatore prende la signora a braccetto e comincia a cantare My way sotto i nostri occhi increduli.

And now, the end is here

And so I face the final curtain.

Fuori tutto è naufragio: ai passeggeri sulle scale, strategicamente vicini alla ringhiera, si affiancano quelli divenuti tutt’uno con le paratie anche nel colore, immobili per lo sgomento supremo. In un attimo di esasperazione affronto il marinaio cantante e gli dico che se non smette mi butto di sotto. Lui m’invita a buttarmi di sotto. Termino il viaggio nel vomitorium della motonave, generosamente assistita da un gentleman inglese superstite munito di kleenex.

Al momento dell’arrivo, compatibilmente con i problemi alle articolazioni elementari, abbiamo baciato terra e dichiarato guerra pure ai pedalò.

Anche per questa volta la morte idiota con karaoke, mal di mare e Frank Sinatra è stata evitata. Con nuove consapevolezze: ad esempio, che gli idioti vivi sono molto più pericolosi di quelli che accidentalmente defungono.

E che insieme agli amici veri si può sopravvivere a tutto.
O quasi a tutto…

Vieni avanti, Schettino!

In evidenza

di Licia Satirico

-What a filthy job!
-Could be worse. Could be raining.
(Dialogo tra il dottor Frankenstein e Igor, tratto da
Frankenstein junior di Mel Brooks, 1974)

Qualche anno fa un certo Alessio Sundas, agente pubblicitario e scopritore di talenti, ha proposto ad Annamaria Franzoni di firmare una linea di abbigliamento per bambini.
La Franzoni ha rifiutato.

Un paio di anni fa una coppia di Napoli, in viaggio verso il Salento, ha fatto tappa ad Avetrana per incontrare Michele Misseri e chiedergli un autografo.
Misseri ha rifiutato.

Il 5 luglio scorso, il comandante Francesco Schettino sarebbe invece intervenuto per qualche minuto come “esperto in gestione del panico” – così, almeno, si è inizialmente detto – nell’ambito di un seminario organizzato da un criminologo dell’università di Roma “La Sapienza”.
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Pare che mister “salga a bordo, cazzo!”, aiutato da una ricostruzione in 3D del naufragio della Concordia, abbia spiegato come ci si comporta in casi del genere.
Al termine del seminario lo stimato comandante, ancora sotto processo per il disastro in cui hanno perso la vita trentadue persone, ha ricevuto un regolare attestato di partecipazione.

La situazione è grave, ma non seria.

La notizia era così grottesca da sembrare una bufala, complici gli equivoci creati dalla stampa su una presunta lectio magistralis…dishonoris causa del comandante. In poche ore i social network hanno proposto centinaia di relatori per seminari d’eccezione: Jack the Ripper per un master in chirurgia addominale, Enrico VIII per un corso di perfezionamento in diritto divorzile, Oscar Pistorius per una serie di incontri sui problemi di coppia, Benjamin Netanyahu per una conferenza sui percorsi di pace, Briatore per una lezione su se stesso alla Bocconi (ops, c’è stata davvero e nessuno ha protestato).

Si potrebbe andare avanti all’infinito, e anche con un certo spasso.

Il comandante della Concordia rappresenta però solo la punta dell’iceberg – ci scusi il Titanic per il paragone avventato – di un fenomeno inquietante: Schettino è simbolo e sintomo di un malessere più profondo, di una recessione esistenziale, culturale e istituzionale.

Le università pubbliche sono massacrate da una politica di tagli a istruzione e ricerca che non farà prigionieri e nemmeno pensionati, a giudicare dalla Ragioneria generale dello Stato: il futuro dei precari è sempre più incerto, quello dei docenti sempre più opaco. Schettino ci ha soltanto preparato l’inchino: il ministro Giannini s’indigna per l’episodio e chiede chiarimenti, ma non vede il grande relitto spiaggiato, tormentato dalla burocrazia, straziato dalla mancanza di fondi e sottoposto a periodiche valutazioni autoptiche.

Un parlamento eletto con legge incostituzionale pretende di riformare la Costituzione grazie a un patto tra un rottamatore rampante e un pregiudicato, detto impropriamente del Nazareno: avrebbe dovuto chiamarsi del Lazzaro (meglio, del Lazzarone), avendo restituito la mitica agibilità politica a un cavaliere disarcionato. Il padre prostituente, radioso dopo la sua recente assoluzione in appello per il caso Ruby, torna ad essere costituente, minaccia la magistratura e detta le sue condizioni per il rilascio del relitto del Senato.

Bossi è stato definito da Grillo grande statista, sorvolando sulle sue trote con laurea albanese, sui suoi cerchi magici, sui diamanti in Tanzania e sulle case ristrutturate: relitto senza castigo.

Galleggia il relitto della legge elettorale, nazarena anch’essa. Il centrosinistra governa con la destra, mentre il resto del centrodestra finge di fare opposizione.

Mi chiedo, pensando a tutto questo, dove siano gli esperti nella gestione del panico. Chissà se arriveranno prima che Schettino, forte del suo attestato, si faccia ancora una volta avanti.

(La salvifica illustrazione è del silurante Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli)

Dalla taverna alla caverna: dieci modi per perdere peso.

In evidenza

di Licia Satirico

La stampa vi tormenta con la prova costume mentre il costume è messo a dura prova da voi?
Avete comprato una di quelle bilance elettroniche capaci di calcolare anche il peso dei vostri peli pubici?
Siete ossessionate dal tubino di Audrey Hepburn ma pensate di assomigliare a un acquedotto?
Siete stati traumatizzati da un dietologo crudele con inutili pesate pubbliche settimanali?
Siete convinti che l’unico modo per perdere quindici chili in poco tempo sia amputarvi un arto?
Avete sognato la Madonna dopo aver mangiato 30 grammi di ricotta, vanificando un mese di rinunce?
Niente paura: i media sono sempre pronti a fornirvi una via d’uscita facile ed economica, promettendovi il miracolo laico del dimagrimento immediato senza troppi sacrifici.

Torte scorrevoli ha esaminato per voi le diete – vere – più seguite del momento, concedendosi qualche momento creativo giusto per ricordarvi che anche quello alimentare è un regime.10341437_885426021474656_1100992369556271603_n

Dieta del ghiaccio
Inventata dal gastroenterologo statunitense Brian C. Weiner, consiste nell’ingerire un litro di ghiaccio al giorno nella forma da voi preferita (cubetti, julienne, fiorellini, cuori, animaletti, piccolo iceberg da portare a passeggio nella stagione calda): per sciogliere un litro di ghiaccio, il corpo umano impiega circa 160 calorie senza ingerirne alcuna. Il guaio è che 160 calorie equivalgono soltanto a un cucchiaino abbondante di olio, e nel frattempo – se non morite di congestione – finite con l’assomigliare al bisnonno incontinente.

Dieta del gruppo sanguigno
Introdotta dal naturopata americano Peter D’Adamo, questa dieta si basa sul principio (mai dimostrato, n.d.r.) che i gruppi sanguigni reagirebbero in modo diverso alla digestione e alla metabolizzazione dei cibi. Il naturopata transilvano Nosferatu sostiene, per contro, che i gruppi sanguigni siano molto digeribili e non contengano grassi.
Fate voi….

Dieta delle bacche
Le bacche di Acai sono energizzanti, ricche di antiossidanti e – secondo alcuni – dimagranti. Se mangiate solo quelle per una trentina di giorni facendo finta di esservi smarriti in un bosco, l’effetto Birkenau è assicurato.

Dieta dei cristalli
Se pensate che per dimagrire occorra mangiare di meno, siete degli ingenui: la
Taste Treatment and Research Foundation produce misteriosi cristalli che insaporiscono i cibi aumentando il senso di sazietà. Nei casi disperati, si consiglia la carta vetrata.

Dieta dei pensieri positivi
L’idea di fondo è accattivante: pensieri e persone stressanti farebbero ingrassare, mentre le idee edificanti accelererebbero il metabolismo basale. La dieta è probabilmente frutto di un equivoco: le persone negative non fanno ingrassare, ma aumentano la massa corporea degli zebedei fino a farvi sembrare affetti da varicocele.
Evitatele anche se non siete a dieta.

Dieta del digiuno
Consiste, come potete immaginare, nel non mangiare nulla per disintossicare l’organismo.
Due le opzioni: o, al terzo giorno, fate fuori un vassoio piramidale di polpette come Fantozzi, oppure collassate.
Se sopravvivete, può funzionare.

Dieta paleolitica
La recente, sensazionale scoperta in Spagna di feci umane di 50.000 anni fa ci permette di far luce su un’epoca in cui l’obesità era un problema sconosciuto.
I fautori della dieta paleolitica sostengono che l’alimentazione corretta sia quella seguita dagli uomini delle caverne: carne e pesce cacciati con arco e frecce, frutta, verdura, uova. Tutto va consumato rigorosamente crudo o cotto alla brace senza olio né sale.
L’insalata va mangiata con la terra (se ci trovate anche qualche bruco, va benissimo: ha pochi grassi). Il fuoco dovete accenderlo voi con la pietra focaia, senza barare: se poi il barbecue, un po’ asciutto, vi resta nell’esofago, fatevi dare un colpo di clava in testa. Potrebbero esserci delle difficoltà a trovare la carne di mammut, oggi disponibile solo surgelata o secca. Aboliti invece latticini, pane, pasta e alcolici.
Due settimane di questa dieta e comprenderete per quale ragione l’uomo di Neanderthal si sia estinto.

Dieta del Ph.
Ne esistono due varianti: una – vegetariana – è alcalinizzante e aumenta il valore del Ph, l’altra – proteica – è acidificante e tende ad abbassarlo.
La prima vi trasforma in alcalisti anonimi, la seconda vi rende insopportabili.

Dieta della fenice.
Preso atto dell’inutilità di ogni dieta, alla fine vi date fuoco per risorgere dalle vostre ceneri. Avrete sicuramente eliminato liquidi e lipidi.

Dieta della mamma
La cucina di mia madre rende immediatamente inappetenti, diffidenti, astenici. Sarete molto infelici, ma in linea perfetta.
Oppure vi metterete a cucinare anche per lei, perché il cibo è un piacere e la bilancia una maledetta opinione.

(La dietetica illustrazione è del funambolico Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli)

Sottacersi è un po’ morire

In evidenza

di Licia Satirico

Lo ammetto: è una mia fissazione irrimediabile.
Vivo nel mondo delle parole, che danno corpo all’universo da cui mi sento attratta o respinta. Le parole generano empatie o antipatie immediate, irrimediabili. Il fatto di lavorare in ambito giuridico non aiuta: il lessico tecnico è pomposo, impersonale, spesso noioso.

Nel 1965 Calvino scriveva, profetico: «avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli di amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è il terrore semantico, cioè la fuga di fronte a un vocabolo che abbia per se stesso un significato [..]. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente».

Oggi l’antilingua ha proporzioni ancora più corpose, ricomprendendo le imposture della parola, i suoi abusi, la tendenza a svuotarla di significato fino a rendere possibile l’impossibile: esprimere intenzionalmente il nulla, che è ciò che il lettore va cercando.

Torte scorrevoli prova a stilare per voi un campionario dei principali sintomi di disagio verbale del nostro tempo, premettendo però che non esiste ancora un antidoto al malessere cui queste parole si accompagnano. Ve ne raccomandiamo pertanto una lettura cauta, eventualmente supportata da protettori gastrici.

Sottacersi:
parente occulto di sottaceto (con cui divide almeno sette alleli di DNA) e ricorrente nei testi giuridici, il verbo sottacere evoca silenzi aromatici e mal digeribili, scavati in profondità. Secondo la Treccani, “sottacere” allude a un silenzio deliberato, doloso, omertoso (es.
Scajola sottace la provenienza di una casa con vista sul Colosseo). Particolarmente impegnativo il passato remoto, sottacqui, degno di Vulvia del Rieducational Channel. Chiediamo con vigore all’Accademia della Crusca di diventare, se necessario, della Frusta.10300861_884069318276993_1675425193010650485_n

Nomofilattico:
impossibile non pensare a un condom col codice penale istoriato sul lattice.

Attenzionare:
neologismo denominale di tipo burocratico, parente di
notiziare, relazionare e segretare. Noi cabbasisare vorticosamente.

Range:
vuol dire scala, sfera, raggio, ma fa molto più fico.

Trend:
ricomprende tutto ciò che fa tendenza, tranne ciò che fa tendenza a delinquere. Eppure la criminalità in Italia segue
trend inequivocabili: le grandi opere, ad esempio, si collocano tra la galera e il sol dell’avvenire, molcendoci il cuore.

Streaming:
forma utopistica di democrazia partecipativa fondata sulla rete. L’obiettivo è quello di modificare la forma di Stato con gli stessi mezzi con cui si segue un concerto rock (vedi riforme).

Riforme:
concetto con cui si progetta il restyling bipartisan della Costituzione come se fosse una battaglia navale, con qualche Capitan Findus pennellato e condannato a fare da ago della bilancia.
La democrazia? Colpita e affondata.

Perbene:
aggettivo 
transgenico, ormai sinonimo di potenziale serial killer.
Sia chiaro: anch’io sono una persona perbene…

Illegittimo:
riferito ai figli, quest’aggettivo da romanzo russo è scomparso da tempo dai codici italiani ma è sopravvissuto come sinonimo di discendenza perversa, potenzialmente immorale. Curioso come il termine non sia mai stato usato nella stessa accezione durante il ventennio berlusconiano, neanche nei casi di patente conflitto di interessi.

Presunto:
si usa solo prima del processo (presunto assassino, presunto colpevole), con la tendenza ad anticiparlo in modo ineluttabile. Minor fortuna ha il termine “pregiudicato”, forse perché si tratta di soggetto che ha recentemente voce in capitolo nelle riforme istituzionali.

Padre:
parola travisata se confusa con la mera discendenza biologica, che a volte uccide, picchia, traligna e abbandona.
È l’impostura più grande: la paternità non si trasmette con i cromosomi.
Non è contagiosa: nasce spontanea, inspiegabile, e ci accompagna – nella presenza e nell’assenza – per tutta la vita.

(a suivre…)

(La sottaciuta illustrazione è del mitico, e perbene, Roberto Mangosi per le presunte Torte Scorrevoli)

La criminigonna e i suoi colleghi.

In evidenza

di Licia Satirico

Arriva l’estate, stagione feroce che esaspera gli animi e i corpi in un’ansia spasmodica di sensualità e zanzare. Mentre la vostra casa si riempie di insetti e il conto corrente si svuota, i media vi bombardano di messaggi sulla prova costume, sulla dieta delle vacanze, sui libri delle vacanze e sulle tendenze fashion da seguire a qualunque costo.

Dichiarandosi incompetente in materia di prove costume, di diete e di libri da ombrellone, Torte scorrevoli ha provato a fare una sintesi dei capi di abbigliamento più irritanti degli ultimi dieci anni. Si tratta di un impietoso bilancio critico e autocritico: in tempi di spread, il buon gusto è ricercato. Nel senso che è latitante.

Lo stivale estivo.
Ossimoro climatico-estetico, questa intelligente calzatura – di colore cangiante tra il verde ramarro e il bianco clown – costa come uno stivale invernale ed è utile come un’ernia iatale. Nelle belle giornate dà l’impressione di un’ingessatura alla tibia, in quelle piovose si affloscia e stinge per sempre sulle vostre caviglie. Se il colorato sudario per piedi sopravvive a uno scroscio di pioggia, potete farlo indossare alla Barbie di vostra figlia (dove, tra meches colorate e frange etniche, farà pur sempre la sua figura).

I pantaloni alla pescatora.
Segano anche le gambe più slanciate, creando un look Cottolengo sfruttabile per tutte le occasioni. La morte sua è il mocassino con calzino fluo, che fa tanto Fantozzi, o il tacco 12, che olgettinizza e distrae dal polpaccio straziato.

I pantaloni skinny.
Comodi come una Vergine di Norimberga, sono talmente aderenti da diventare una sindone: se sei magro ti si vedono le ossa, se debordi assomigli a una salama da sugo.

I pantaloni alla turca.
Sono comodissimi se si sorvola sul fatto che il cavallo ti arriva alla caviglia, consentendoti di inciampare anche restando immobile. Trovano la loro nemesi naturale nei bagni alla turca, che li trasformano in una tovaglietta da bidet. Un recente disegno di legge li assimila al temibile grano saraceno, imponendone il bando.

I jeans a vita bassa.
Si tratta di un pantalone ornamentale: se lo indossi non puoi piegarti, camminare o stare seduto, ma solo assumere la posa di un bassorilievo sumero. Si narra di alcuni pantaloni talmente a vita bassa da essere a pube alto.

I bermuda.
Sono un ibrido mostruoso tra gli shorts perigenitali e i pantaloni alla zuava. Particolarmente inquietante l’abbinamento trendy tra bermuda, cinturone alla Indiana Jones e stivali colorati: è come vedere sotto LSD Angela Merkel che interpreta il feroce Saladino (saraceno anch’esso).

La criminigonna.
Ne esistono due versioni. La prima è ascellare e aderentissima, pratica come un avvolgibile perennemente adagiato sull’inguine. La indossate pensando a Charlize Theron nel celebre spot del Martini, passeggiate assomigliando a un pitbull col cappottino di pizzo. La seconda è detta “a carampanella”: indossata da fashiste cinquantenni, intorta gambe scolpite dal chirurgo con la grazia di una coppetta da gelato naufragata sulla natica.10439645_872643702752888_182465895_n La classe non è acqua, ma è meglio non indagare sulla natura del liquido.

Le maglie a righe.
Trend inspiegabile di tutte le estati, sono un intrigante rebus: quelle verticali danno un effetto Alcatraz particolarmente indicato per gli interrogatori di garanzia su Expo e Mose, quelle orizzontali ti trasformano in un grande obeso. Ma sono molto, molto chic.

Gli occhiali da dittero.
L’occhialone a specchio interamente curvato sugli zigomi si colloca tra
Alien e La mosca di Cronenberg. Indossato anche di notte perché fa figo, è – insieme a Radio Maria – la principale causa di sinistri stradali tra la popolazione adulta.

Le stampe floreali.
Ce ne sono di bellissime, ma fate attenzione: la differenza tra Jackie ‘O e le tende tovagliate della Sora Crocifissa la fate voi.

Il sandalo Birkenstock.
Si declina in una serie di allucinazioni podologiche: si va dalle infradito da uomo ai sandali alla schiava, dallo zoccolo con le sembianze di un alligatore in agguato a quelli con le fibbie, dalla calzatura francescana a quella col velcro. La calzatura criminogena si aggrava col classico calzino bianco alla caviglia, che induce pensieri mistici (di solito apocalittici).

PS:Oscar Wilde scriveva che bisognerebbe essere sempre un po’ improbabili, ma forse negli ultimi tempi abbiamo esagerato…

(La magica estivignetta è del mitico Roberto Mangosi, che non ringrazieremo mai abbastanza)

Peter le Pen e il grillo sparlante

In evidenza

di Licia Satirico

Viviamo tempi bui, direbbe Brecht.
Il voto europeo spiana la strada a una coalizione nazifascista transnazionale. A pochi giorni dalla chiusura dei seggi ci tocca già assistere a scene raccapriccianti: urlatori italici si mescolano sorridenti a nazisti d’oltremanica cumulando fanculismo e antieuropeismo, razzismo, misoginia e omofobia. In Francia impazza una bionda vestita di nero. Salvini soppianta l’Alf-ano della bilancia e strizza l’occhio al Cavaliere sintetico di Cesano Boscone. Sembra una favola nera sospesa tra Tim Burton e Tomas Milian, tra le aquile del Reich e i tacchini de noantri.

10423409_868055003211758_1394348261_nProviamo a raccontarla*.

Peter le Pen è un Salvino antistorico vestito di verde, mutande incluse, che si rifiuta di crescere. Trascorre un’avventurosa infanzia senza fine nell’Isola Pinochet a capo di una banda di Bimbiminkia Nostalgici, in compagnia di Marianne reazionarie, pirati, orchi Borghezi ed elfi Faragici. Non è mai andato seriamente a scuola e si vede. Talvolta incontra Salvini anche nel mondo reale, da dove egli stesso proviene, accompagnato da un ortottero del tutto particolare. Cugino lontano di quello che tormentò Pinocchio, il Grillo di Peter Le Pen è affetto da sindrome di Tourette e insulta chiunque lo ascolti.

Peter ha un rapporto di amore-odio con Capitan Croce Uncinata, mentore bastardo di cui le Pen, con la sua banda, rappresenta la nemesi. Di Capitan Croce Uncinata sposa le idee, convincendosi di essere più uguale degli altri. Dall’Isola dei sogni bisogna espellere gli indesiderati, i diversi e i potenziali nemici, ritenuti responsabili di ogni male del mondo.

Il Grillo sparlante, però, spariglia le carte: indice referendum telematici sull’Isola, sulle alleanze e sulle espulsioni, processando online nemici, ex amici e pure i grilli dissidenti delle altre favole.

Peter e il Grillo pensano che ogni uomo sia l’inferno per il suo simile, e perdono il loro tempo a stilare liste di indesiderabili.
Molta gente risente della loro fascinazione.

Il finale che vorrei, tra preoccupazione ed esagerazione? Beh, confesso di sperare in un duello all’ultimo sangue tra Capitan Croce Uncinata e Capitan Findus: sì, un Capitan Findus che dismette gli abiti da pedofilo da operetta per diventare europeista e di sinistra, risultando molto più credibile di alcuni leader di sinistra che parlano a destra dell’elettorato.

Mi piacerebbe un happy end in cui Peter, le sue Trillyne postnaziste e i leghisti psichedelici vengono condannati a pescare merluzzi e a usarli come merce di scambio al posto dell’euro (così, per provare). Voi mi obietterete che hanno il cervello di un merluzzo, e io potrei dirvi che i merluzzi si offenderanno a morte: vi proporranno, anzi, di consegnare la nazi-banda agli scafisti per un tour low cost lungo le sponde del Mediterraneo con soggiorno gratis in un CIE. In fondo, cos’è un CIE se non il presidio dell’Isola di qualcun altro?

*Ci perdonino Esopo, i fratelli Grimm, James Matthew Barrie, Carlo Collodi e pure Luigi Capuana, che mia nonna mi leggeva nei pochi pomeriggi d’estate in cui abbiamo guardato lo stesso cielo. La mia nonna amatissima era una donna pacifica che avrebbe avuto orrore di questi tempi senza favole, senza sogni, senza speranze

(L’af-fascinante torre Eiffel è del magico Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli)

Romanzo Viminale

In evidenza

di Licia Satirico

L’arte imita la vita o la vita imita l’arte?
A vent’anni dalla nascita di Forza Italia, i suoi fondatori sono condannati o latitanti, i suoi esponenti di punta fuggiaschi o catturati, mentre i transfughi – dal movimento politico, non dall’Interpol – sono ancora sulla cresta dell’onda. Il partito che prometteva un nuovo miracolo italiano apre succursali in Medio Oriente e assiste i malati di Alzheimer dietro provvedimento del giudice. Sembra un celebre romanzo, invece è tutto vero.
Vediamo più da vicino i protagonisti.

Marcello Dell’Utri – Il Libanese.
Mediatore subculturale tra Stato e Cosa Nostra e senatore della Repubblica per demeriti acquisiti, si rifugia a Beirut pochi giorni prima che la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa diventi definitiva. L’estradizione, affidata a risicate affinità elettive tra reati previsti dalla legge italiana e associazioni alternative codificate da quella libanese, si presenta da subito quasi impossibile.
Il condannato si dichiara prigioniero politico, non comprendendo per quale motivo le sue amicizie con stallieri, corrieri, estortori e capimandamento siano perseguite con singolare accanimento dalla magistratura italiana. Hemingway scriveva che non bisogna giudicare gli uomini dagli amici, visto che Giuda frequentava persone irreprensibili.
A pensarci bene, una sola è l’amicizia veramente imperdonabile del Libanese: quella con Silvio Berlusconi.

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Silvio Berlusconi – Il Dandi.
L’ex premier spazia con sorprendente disinvoltura dalla prostituzione minorile alla corruzione di giudici, passando per l’evasione fiscale. Si conserva artificialmente con complesse misture sintetiche: più che poligamo, ormai è un polimero siliconico post-olgettinico, interdetto dai pubblici uffici ma non dall’acido ialuronico.
Ha sublimato il crine artificiale adottando un barboncino, passando dalle cene al cane elegante. Ha piegato il Paese alle proprie personali esigenze promulgando leggi autoassolutorie in lieta compagnia di postfascisti, cattolici reazionari, leghisti, cattolici casinisti e Formigoni dall’appetito gigantesco. Condannato dalla magistratura ad assistere i malati di Alzheimer nella casa di riposo di Cesano Boscone per un paio d’ore alla settimana, minaccia ancora la sua discesa in campo oscillando tra Orwell e García Márquez, Kafka e Bombolo. Continua a sparare siluri contro la magistratura a delinquere, ritenuti non antisociali dalla stessa magistratura.

Amedeo Matacena – Scrocchiazeppi.
Il noto armatore, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, latita a Dubai ma sogna il Libano, dove sarebbe dovuto giungere (per far compagnia a Dell’Utri?) grazie alle manovre diplomatiche della fascinosa moglie e di Claudio Scajola. I due si lasciano prendere la mano, ma questa è un’altra storia.

Claudio Scajola – Il Ricotta.
Fino a pochi giorni fa, il più volte ministro della Repubblica era conosciuto soprattutto per esser passato dal Viminale all’epoca del G8 di Genova discettando di “controllo delle fioriere”, per aver dato del rompicoglioni (postumo) a Marco Biagi e per aver acquistato un appartamento di fronte al Colosseo con denaro messo a disposizione da un ignoto benefattore appartenente alla specie degli Anemoni di banca, che determinano una proliferazione inarrestabile di assegni circolari. Arrestato dalla Dia di Reggio Calabria per favoreggiamento della latitanza di Amedeo Matacena, scopriamo la fitta corrispondenza telematica con la signora Matacena per definire i termini dell’ospitalità al perseguitato dalla giustizia e il suo odio per i telefoni cellulari: quelli che gli abbiamo pagato noi per tutti questi anni, insieme alla scorta (negata a Biagi, ma non a un ex ministro notoriamente ignaro di tutto).

Angelino Alfano – Trentadenari.
L’uomo senza
quid approda al Viminale approfittando delle larghe intese e getta radici nonostante insipienze kazake e trattative con gli ultrà. Per lui la scissione del Pdl si è tradotta, fino ad ora, in una palingenesi democristiana con sacche purulente di Pd e metastasi scopellitiche.

(E il romanzo, dopo vent’anni, continua).

(L’ascetica illustrazione è del carismatico Roberto Mangosi per Torte Scorrevoli. Namastè!)

25 Aprile, note a margine.

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

Molto è stato scritto, come sempre, sul 25 aprile.
Poco di veramente interessante (tra cui includo sicuramente questo ), parecchio di criticabile e quasi tutto il resto retoricamente inutile.
Cercando, e sperando, di non far parte di quest’ultima categoria, vorrei permettermi alcune, piccole, considerazioni a margine delle manifestazioni di questi giorni e del significato che la “Festa della Liberazione” ha, ha avuto e potrebbe avere.
In ordine cronologico.

10270665_10203706704097511_5908481683680383922_nFiaccolata del 24 sera
(a Torino, ma credo che altrove poco cambi).
Storica fiaccolata: credo che si tenga, con alterne partecipazioni, da subito dopo la guerra.
E proprio delle alterne partecipazioni vorrei parlare: quest’anno ho voluto guardare con attenzione antropologica la composizione del corteo di qualche migliaio di persone (come sempre grande discordanza tra organizzatori e questura, ma resta il sempiterno dubbio che quest’ultima acquisti lo zucchero in once e la benzina in galloni. Imperiali, ovviamente!) e ho visto nuovamente un discreto numero di giovani (ascrivo alla categoria gli under-50, che tali ormai sono considerabili), dopo che per anni si vedevano solo sparuti gruppi di veterani o parenti stretti dei medesimi con funzione di accompagnamento.
E questa di per sé sarebbe una buona notizia se non fosse che erano abbastanza nettamente divisi dagli “storici” anche per motivi squisitamente acustici: un furgone attrezzato diffondeva (a volume cospicuo) musica “giovanile” circondandosi dei “pivelli” (ho già sottolineato il raggio di competenza anagrafica) mentre i “veci” se ne allontanavano contrariati.

Il clou è stata quando una mia coetanea (quindi neanche troppo over-50) ha commentato che non voleva sentire “Bella ciao” cantata dai Modena City Ramblers, ma quella “vera” (!?!).
Ora, a parte il sentirmi tragicamente proiettato nella categoria “nonni” con vivo disappunto, la Bella ciao degli M.C.R. è stata registrata più di vent’anni fa da musicisti che, per motivi più o meno parentali, con la Resistenza italiana hanno delle connessioni mentre una delle versioni considerate più “vere” è quella, per altro molto bella, cantata da Yves Montand, che durante la guerra stava a Parigi con quella Edith Piaf sul cui collaborazionismo continuano ad uscire nuovi elementi.

Ma a parte le considerazioni musicologiche, trovo totalmente fuori luogo qualunque “diritto di prelazione” da parte di chiunque sulla Resistenza e sui ciò che ha significato per il nostro paese (Resistenza maiuscolo, paese minuscolo).
La “resistenza” che buona parte dei gruppi dirigenti delle associazioni che di partigiani si occupano ha nei confronti dei più giovani (!) e dei metodi di contatto più aderenti a ‘sto ventunesimo secolo è assolutamente disarmante quanto repulsiva nei confronti di eventuali nuove leve per continuare l’opera di conservazione del materiale e dei principi ispiratori e di progresso nella diffusione della conoscenza dei medesimi.

Trovarmi a essere sempre il “ragazzo di bottega” a quasi sessant’anni per andare a fare la manutenzione delle lapidi dei partigiani caduti, insieme a seppur vispissimi around-80, perché non c’era nessun atletico adolescente disponibile può anche essere esilarante, ma sicuramente è un bel campanello d’allarme per il futuro.

Concertone del 25 sera.
La rivincita i “giovani” l’hanno avuta con il tradizionale Concertone del 25 sera in una piazza Castello gremita (scopriremo dai giornali quante yarde o fathoms di gente ci fossero secondo la Questura), complice il felice connubio con l’inizio del Torino Jazz Festival.
Il volume dello spettacolo era sicuramente discotecaro e anche a grande distanza i sub-woofer sparavano dei bassi che facevano sobbalzare il diaframma e il colon dei meno abituati.
Lì le parti si sono invertite e i genitori dei ragazzi con l’aria di chi spera solo che la fiaccolata finisca per poter tornare a più amene occupazioni, non vedevano l’ora o il modo di potersi allontanare dal clangore di casse acustiche usate come armi improprie.

Conclusione: la Resistenza ha rappresentato una somma di valori e di principi che raramente (per non dire mai) abbiamo riscontrato nella storia dello stivale.
Questi valori e principi sono stati conservati con cura prima dai sopravvissuti e poi dai, più o meno diretti, discendenti.
Lì, però, la catena ha cominciato ad assottigliarsi e, complici molti fattori, continua a erodersi.
Quasi settant’anni non sono un’era geologica e in un periodo in cui sembra che la comunicazione sia l’aria che respiriamo mi pare insensato che non si riesca a passare un testimone in solide mani più fresche.
(Ciò che penso di Renzi e della sua rottamazione l’ho già espresso chiaramente più volte, quindi nessuno dia delle letture avventate di queste mie frasi).

25 Aprile, Resistenza, NoTav e affini.
Un capitolo a parte merita (ossimoro) lo squadroncino di NoTav che ha cercato disperatamente di creare bagarre alla fiaccolata e poi di oscurare il palco del concertone con uno striscione che avrebbe coperto un campo da tennis.
Indipendentemente da quel che si può pensare sull’opera in questione, ci sono modi e opportunità di manifestare e un po’ di rispetto per la memoria di coloro che hanno messo in gioco la propria vita per dar loro la possibilità di esprimere il proprio dissenso dovrebbero ricordarsi di averlo.
Sentire frasi come “oggi la resistenza siamo noi, noi siamo i partigiani di questo secolo” urlate in un megafono mi ha fatto montare una rabbia enorme, avendo avuto metà della famiglia che quella vita la mise in gioco per il bene di tutti e non solo per la sindrome N.I.M.B.Y. di una valle.

I partigiani della val Pellice non si fermarono a Pinerolo né quelli della val d’Ossola si fermarono a Verbania, perché i principi per cui combattevano erano di gran lunga più elevati e universali di qualunque localismo.
Quindi piano con i paragoni e ancor più piano a stravolgere i fondamenti della storia!
Identico discorso per altri manipoli che hanno cercato di manipolare (appunto!) la celebrazione in giro per l’Italia creando attinenze e similitudini quanto meno vergognose, e solo per cercare un attimo di celebrità (il quarto d’ora di Warhol sarebbe troppo).

Napo Orso capo, la Pinotti, i Partigiani e i due marò.
Immancabile e imprescindibile il discorso del capo dello stato per il 25 Aprile, peccato che abbia probabilmente usato quello preparato per il 2 Giugno e la parata dei Fori Imperiali (lì i galloni imperiali della questura si riconvertono automaticamente in ettolitri e gli spettatori si moltiplicano per dieci, talvolta per cento).
A parte essere affiancato dal ministro della difesa, e fortuna che non è più il camerata La Russa, a parte sostenere che il reparti del regio esercito che si schierarono dalla parte dei partigiani ebbero un ruolo fondamentale nella Resistenza, che è un falso storico di rara portata, a parte dire: “Potremo così soddisfare esigenze di rigore e di crescente produttività nella spesa per la Difesa, senza indulgere a decisioni sommarie che possono riflettere incomprensioni di fondo e perfino anacronistiche diffidenze verso lo strumento militare, vecchie e nuove pulsioni demagogiche antimilitariste” quando l’anacronistica diffidenza verso lo strumento militare è persino sancita da quella Costituzione (maiuscolo) che lui si sbraccia da anni per cambiare.
In più di presidenti innamorati della Lockeed ne abbiamo già avuto un altro.


Ma la goccia, in cauda venenum, è l’apprezzamento finale sui due marò: “E desidero non far mancare una parola per come fanno onore all’Italia i nostri due marò a lungo ingiustamente trattenuti lontano dalle loro famiglie e dalla loro patria”.
Della cui, eventuale o reale, colpa nulla sappiamo, quindi tanto meno sulla giustizia o meno dell’accusa e quindi del “trattenimento” lontano dalla patria (patria e marò erano maiuscoli nel testo ufficiale, ma li ho minuscolati d’ufficio); di certo l’incertezza (!) della loro posizione non “fa onore” proprio a nessuno, che sia patria, nazione, italia o condominio.

Finalino.
Ultima parola sulla Festa della Liberazione, perché così è sempre stata chiamata a casa mia.
Festa sia davvero, non commemorazione. Quella facciamola nel continuo, con la manutenzione dei luoghi, delle lapidi, dei cartelli esplicativi, con la conservazione dei documenti e delle testimonianze.
Ma il 25 Aprile del ’45 è stata una festa vera (anche se proprio quelle lapidi ci dicono quanti continuarono a morire nei giorni successivi) perché era davvero finita la guerra e la dittatura.
Ed è tuttora una delle poche feste totalmente laiche che ci permettiamo di avere nella cattolicissima italia (non ce la faccio a metterla maiuscola neanche qui).


E allora fiesta!

E così è stata per molti l’altra sera alla fiaccolata, tra un principio d’incendio della maglia e un bambino che inciampava in una bandiera più grossa di lui, tra una bella ciao commossa (e va bene chiunque la suoni!) e il ritrovare vecchi amici o volti insospettati.
In una comunione (laicissima!) di principi di base, di fondamenta, di solide rocce su cui appoggiarsi insieme per Resistere alla marea nera e ciclica che la storia ci riserva.

(Fotografia di Luisella Nuovo Floris)

Per una nuova Liberazione

In evidenza

di Licia Satirico

Da qualche anno i festeggiamenti per il 25 aprile m’inducono rabbia e malinconia. La rabbia – nera, furiosa – sorge quando qualcuno ridimensiona questa festa laica, bollandola come datata o cercando di cambiarle nome: quante volte ci è toccato sentire che ormai sarebbe meglio parlare di festa della riconciliazione? Ebbene, noi non ci siano riconciliati: non con quelli che tentano, in un modo o nell’altro, di far scempio della storia e della Costituzione nata dalla lotta di liberazione dal nazifascismo.APERTURA-25-Aprile-Donne-Partigiane

La malinconia si accompagna, invece, a una storia familiare intrisa di antifascismo, di valori laici, di passione civile. Penso ai miei nonni e al modo in cui celebravamo questa festa, leggendo le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Mio nonno Aldo insisteva sulla necessità di ricordare il passato per plasmare il presente: gli brillavano gli occhi quando parlava di giustizia, di equità, di memoria.

Scrivo queste parole nella sua casa, dove ho conservato tutte le sue cose.

Lo scrigno più tormentoso sono io: mi chiedo come reagirebbe se vedesse cosa stiamo diventando, accorgendomi che il nostro punto di vista non cambia solo perché lui è morto. Perché spesso i morti vedono più lontano dei vivi.

La Costituzione del ‘48 è ritenuta da almeno vent’anni obsoleta, superata, addirittura “partigiana” (come se adesso questa bellissima parola fosse un insulto). In questo clima di delegittimazione democratica i cambiamenti sono già iniziati da un pezzo.

Abbiamo subito riforme costituzionali dettate dai vincoli di bilancio, equivalenti a una modifica sostanziale della nostra forma di Stato: l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione ha sdoganato le politiche di rigore finanziario, l’aumento della pressione fiscale, la riduzione delle spese per il funzionamento dell’apparato burocratico e soprattutto i tagli allo Stato sociale. Diritti, cultura, arte, istruzione, sanità, giustizia e bellezza sono esclusi dalle logiche economicistiche oggi imperanti: di fronte a questa rivoluzione silente e urticante siamo rimasti inermi.

Abbiamo subito riforme costituzionali implicite, traghettando verso il semipresidenzialismo di fatto attraverso la rielezione – non prevista dalla Costituzione – di un Capo di Stato novantenne che ancora sollecita riforme istituzionali condivise e necessarie.

Già, le riforme: promesse o minacce?

L’abolizione fulminea di senato e province non pare proprio una promessa, specie se pensiamo che il lifting costituzionale (liposuzione camerale?) sarebbe affidato a un parlamento sfibrato e povero d’ideali, politicamente screditato, eletto con legge dichiarata incostituzionale in un Paese in cui le primarie dei partiti di maggioranza relativa stanno sostituendo le elezioni vere.

A questi oltraggi si aggiungono, da almeno un ventennio, i tentativi di sdoganare forme vecchie e nuove di fascismo in un Paese dalla memoria corta, sempre pronto a cedere al fascino degli uomini della provvidenza: si discetta del fascismo buono e cattivo manco fosse il colesterolo, mentre si tollerano quotidianamente nuovi oltraggi al senso di umanità.

Non ci piace un Paese in cui le lobby economiche taglieggiano i diritti, in cui la Storia viene riscritta in modo creativo o dimenticata. Non vogliamo vivere in un luogo dalla memoria volatile, dove impostura e mistificazione alimentano prevaricazione e qualunquismo, intolleranza e razzismo.

Non vogliamo, soprattutto, che nessuno tocchi la Costituzione in un momento in cui il passato sembra più vicino che mai. Occorre una nuova Resistenza contro tutte le forzature, palesi o occulte, della nostra democrazia: perché la democrazia è la forma della politica e il nostro Paese non è in forma per niente.

Viva il 25 aprile.

Pasqua con chi vuoi…

In evidenza

di Licia Satirico

La convivialità è una forma di amore: sono nata da madre culinariamente degenere e credo che il cibo sia una premura primaria, un’attenzione da riservare alle persone cui vogliamo bene.

Con gli anni ho sviluppato una netta vocazione matriarcale: nelle occasioni importanti cerco di riunire quel che resta della famiglia, senza distinguere tra bipedi e quadrupedi.
Chiunque è il benvenuto nella mia casa: nipoti, amici, zii, nonni e cani.
A volte, però, la casa la pensa diversamente.

imagesQuesta è la cronaca del mio pranzo di Pasqua.
Etimologicamente, Pasqua è la festa del passare oltre: nel racconto che state per leggere, di sicuro tutto ha passato il limite.

I primi segni di domus inquieta si sono manifestati sabato santo, quando:
a) ho iniziato a cucinare in una cucina dickensiana, abitata da spifferi gelidi;
b) mi sono accorta che un termosifone del salone spandeva copiosamente acqua.

Per evidenti ragioni è fallito ogni tentativo di chiamare l’idraulico Pasquale, che – deluso per i mancati auguri (accompagnati, in compenso, da auspici di ben altro genere) – mi ha raccomandato di chiudere la valvola del termosifone fino a martedì.

Le valvole sono anarchiche.
La mia, permalosissima, mi resta in mano.
L’acqua continua a scorrere e mi ricorda Eraclito: tutto scorre, a cominciare dai tempi necessari per preparare il pranzo senza asciugare i tappeti persiani.

Dall’esperienza del pranzo pasquale (senza Pasquale) ho ricavato una lezione di vita: mai pensare di tenere sotto controllo un convivio con ultraottantenni, bambini sotto i cinque anni e quattro cani.

In origine il salotto era un tripudio di fiori e di uova colorate.
Nell’arco di pochi minuti, i cani avevano i fiori in bocca – senza aver mai letto Pirandello – e le uova erano state riposte sui ripiani più alti per evitare che gli ospiti alti meno di un metro e venti le aggredissero con intenzioni non troppo diverse.
Gli anziani si sono spazientiti per i ritardi e hanno iniziato a inveire contro la mia incapacità di gestire la situazione.

Ho servito la pasta alla Norma mentre Spinoza, il mio bassotto, cercava di baciare con rara passione Bartolo, il cane di mia sorella, trasformandosi nel suo stalker.
Nel frattempo Bemolle, pechinese di Sicilia (e quindi pachinese), ringhiava a Spinoza e Alfa, la decana, ringhiava a tutti.
Sfido chiunque a mettere in tavola dieci porzioni di maccheroncini dribblando cani galoppanti, bambini itineranti e anziani dispeptici.
Il resto del pranzo è stato consumato tra le proteste dei bambini e gli abbai dei cani.

Il caos non mi ha impedito di fare una curiosa scoperta: nei frigoriferi di casa giacevano due torte anonime, il cui ignoto carico di bontà rimane tuttora un mistero.
Inutile tentare di risalire all’identità dei donanti: zia Dora ha chiosato che, se non sono in grado di capire chi mi manda un dolce, non sono buona a nulla.

Forse proprio per questo il momento del dolce è stato paragonabile all’istante in cui il Titanic ha speronato l’iceberg fatale: mentre assaggiavamo un tripudio di cioccolati pregiati Bartolo è rimasto vittima di una terribile scarica di diarrea, abbattutasi sull’unico tappeto del salone scampato all’allagamento.
Mio nipote, diffidato dall’avvicinarsi al luogo del disastro, è stato colto da sindrome di Peppa Pig e ha pensato bene di centrare il bersaglio con le scarpe nuove, lastricando con calzari fecali anche il pavimento pulito.
Zia Dora, indignata, si è lanciata in una filippica memorabile sulla maleducazione dei giovani d’oggi.

Gli invitati sono stati costretti a sgomberare il locale per forza maggiore.
Alcuni si sono congedati frettolosamente, altri hanno condiviso il mio sgomento cercando di rimediare al rimediabile.

Ho impiegato quasi quattro ore per rigovernare la cucina e smerdare il tappeto.

Nel frattempo, mio nipote ha rotto un pregiatissimo uovo di porcellana austriaca appartenente a mia madre (“zia, ma non mi avevi detto che a Pasqua si possono rompere le uova?”).
In serata, sotto una pioggia battente, ho buttato sei sacchi di monnezza: avevamo prodotto più rifiuti di una centrale nucleare. I rifiuti ci assomigliavano: cocci aguzzi di uova, accartocciarsi di fazzolettini riarsi, dolci interrotti, detersivi esausti, fiori straziati, cuscini morsicati e spazzole per tappeti ormai inservibili.
Alle 22, ormai incapace di intendere e di volere, mi sono addormentata davanti alla tv, risvegliandomi alle 4.20 del mattino come una mummia inca.

Non sono più tanto convinta che lo spirito matriarcale alberghi dentro di me.
Da ieri, in ogni caso, gli ho dato lo sfratto.
L’anno prossimo Pasqua con chi vuoi, come dice il proverbio.

Confesso, però, che mi preoccupa molto il Natale…

 

Le Catacombe della ragione.

In evidenza

di Licia Satirico

Col suo libro Le Catacombe del mistero, la giornalista e scrittrice palermitana Alessia Franco è riuscita a parlare della morte con straordinaria delicatezza, spiegando ai bambini la storia delle Catacombe dei cappuccini di Palermo.

1 Il valore storico del culto dei morti emerge con parole limpide, e proprio in un momento in cui la nostra società sembra invece disturbata dall’idea stessa della morte.

In un dialogo tra morti e vivi, confini e senso dell’esistenza sono visti in una luce nuova: non importa a quale mondo apparteniamo, perché facciamo tutti parte dello stesso respiro.

 Le guide di questo viaggio sono le mummie più celebri di un cimitero unico nel suo genere, fondato nel 1599. Fra’ Silvestro da Gubbio, l’ospite più antico, parla con Bartolomeo Megna, l’austero gigante incappucciato del corridoio degli uomini, in una conversazione serrata in cui intervengono due figure unite da un matrimonio leggendario, forse inesistente in vita ma suggellato dall’eterno: il Signor Marito e la Signora Moglie si guardano serenamente oltre la morte, pacificati dall’immobilità di un ciclo vitale concluso senza traumi. Nel corso della lettura conosciamo anche l’Uomo-Falena, dall’aspetto soprannaturale, e la piccola Rosalia Lombardo, unica mummia di cui il tempo – non potendo distruggerne l’aspetto – abbia annerito il nome. Rosalia, nata nel 1918 e vissuta appena due anni, è il capolavoro del maestro imbalsamatore Alfredo Salafia, che trasformò il non essere in un consolatorio sonno inalterabile. La bara è trasparente, come in una favola gotica: la bimba dorme, coi riccioli biondi che lambiscono una copertina.

 A questo punto, però, devo avvertire i lettori di Torte scorrevoli che questo racconto è abusivo: non ho titoli burocraticamente validi per narrarvelo.

 Non sto vaneggiando. Alessia Franco è stata multata di 1000 euro dai vigili urbani di Palermo per esercizio abusivo della professione di guida turistica: ha portato i bambini di una scuola elementare di Ficarazzi a visitare i luoghi del libro senza sapere di non avere il permesso di raccontare del culto dei morti, della colatura delle salme, delle tecniche di mummificazione e dell’amore che questo processo meraviglioso e terribile porta con sé.

A nulla sono valse le spiegazioni dell’autrice e delle allibite maestre, involontarie responsabili dell’accaduto: le Catacombe si possono raccontare solo previa autorizzazione amministrativa, e chi trasgredisce ne paga il prezzo anche se lo fa a titolo gratuito.

 Se è abusiva Alessia, abusivi dobbiamo essere tutti: abusivi, s’intende, rispetto all’uso ridotto del cervello che ha generato una sanzione amministrativa pari, oltretutto, al doppio di quella massima prevista dal codice penale.

 In una Regione ancora sconvolta dallo scandalo della formazione professionale, dove la magistratura indaga sulla scomparsa poco fantasmatica di sei milioni di euro (che non sono stati mummificati), la vicenda di Alessia lascia spiazzati: la pedanteria della legalità si accanisce insensatamente sui puri di cuore, mentre in altri ambienti tende a diventare elastica, evanescente, impalpabile.

 In un Paese paralizzato dal problema dell’agibilità politica di leader incandidabili, questo blog combatte per l’agibilità narrativa di Alessia Franco e di tutti quelli che vogliono parlare di ciò che amano, di ciò di cui scrivono, di ciò per cui respirano.

Di altro non possiamo raccontarvi, perché la stupidità non è reato.

E appartiene solo ai vivi.

(Blow)jobs act

In evidenza

di Licia Satirico

Sono tempi duri per la satira: quando un presidente del consiglio parla attraverso slides annunciando la vendita di auto blu usate, si entra in profonda crisi esistenziale.
Nel frattempo, però, si prova a capire se le prime manifestazioni del
jobs act renziano pongano le basi per un’epocale riforma del lavoro in Italia.

1579958_821451284538797_1177674717_nPreceduta dall’annunciato avvento del contratto unico, del salario minimo e del sostegno ai disoccupati (rinviati a un nebuloso disegno di legge delega), la riforma del lavoro di Renzi si arresta alle modifiche dei contratti a tempo determinato e dell’apprendistato: il governo prevede l’elevazione da 12 a 36 mesi dei contratti a tempo determinato “senza causa”, insieme alla possibilità di prorogare anche più volte il contratto entro il limite dei tre anni, purché sussistano ragioni oggettive e si faccia riferimento alla stessa attività lavorativa.
Per gli apprendisti, invece, scompare la norma che impone al datore di lavoro di non reclutare nuovi apprendisti prima di aver assunto in servizio gli apprendisti già operativi: gli apprendisti potranno ora essere costantemente assunti e sostituiti, con una paga base pari al 35 per cento della retribuzione del lavoratore con garanzie (in pratica un panda).

Se fino a ieri i precari non avevano alcuna garanzia di stabilizzazione, d’ora in avanti avranno la certezza dell’incertezza: il datore di lavoro potrà in teoria rinnovare il contratto di settimana in settimana, per un totale di 156 volte nell’arco di tre anni.

Torte scorrevoli ha provato a immaginare per voi i nuovi modelli di contratto a tempo determinato nell’epoca del cambiar verso.

Contratto senza causa.
Essendo senza causa, giusta o sbagliata che sia, consente il venir meno del rapporto di lavoro senza ragioni particolari: il lavoratore potrà essere congedato perché ha un oroscopo sfavorevole, perché non sorride, ma soprattutto perché chiede il rinnovo del contratto di lavoro.

Contratto senza motivo.
Subordinato al capriccio del datore di lavoro, il contratto immotivato potrà essere immotivatamente risolto in ogni momento. Dato che il lavoratore viene assunto senza motivo, gli altri lavoratori potranno riempirlo di contumelie per contenere i livelli di adrenalina ed abbassare lo stress.

Contratto a termine.
Prototipo dei contratti a tempo determinato, il contratto a termine dell’era Renzi prevede che a essere terminato sia il lavoratore. Questo modello contrattuale è particolarmente vantaggioso per il datore di lavoro, che non andrà incontro al rischio di antipatici e costosi contenziosi giudiziari.

Contratto di Sant’Antonio.
È il nuovo contratto di apprendistato: se non licenzia ogni tre mesi i vecchi apprendisti per assumerne altri, il datore di lavoro si ammalerà, la sua famiglia sarà distrutta da una sciagura, la sua azienda subirà un imponente tracollo economico e tutti i suoi dipendenti a tempo indeterminato prenderanno la scabbia (se hai letto lo schema di questo contratto e non assumi entro un paio di giorni almeno un apprendista da rimpiazzare al più presto, la sfiga colpirà anche te).

Bisogna riconoscere a Renzi una certa lungimiranza: il lavoratore a tempo determinato non maturerà mai gli estremi per la pensione, rendendo superfluo il sistema pensionistico; non potrà mai accendere un mutuo per comprare una casa, ponendo un argine alla cementificazione selvaggia della penisola; non potrà mai pianificare una famiglia, risolvendo in partenza l’annoso problema della sovrappopolazione del pianeta.

Ogni garanzia dei lavoratori è stata celermente eliminata in una sola conferenza stampa. No, non rimpiangiamo certo la Fornero lacrimosa e lacunosa, madre degli esodati e matrigna dei pensionati. Ci viene piuttosto in mente Darwin, con tanta amarezza: «non mi sono accorto che l’intonazione della società abbia preso un qualche carattere particolare, ma con questi costumi, e senza il lavoro dell’intelletto, non può fare a meno di deteriorare»*.

*Darwin non ha mai conosciuto il PD, altrimenti sarebbe stato molto più pessimista sull’evoluzione della specie.

C’è del polonio in Danimarca

In evidenza

di Massimo Pizzoglio

La notizia è di qualche giorno fa: Arafat sarebbe stato avvelenato con il polonio.
Anche lui.
E fin qui nessuno scoop, lo pensava già mezzo mondo, e l’altro mezzo non sa neppure chi fosse Arafat, ma la novità fondamentale è che lo sostiene la prestigiosissima rivista medica “Lancet”, mica Voyager.
Secondo la rinomatissima pubblicazione, tracce di polonio 210 (l’annata migliore) trovate sugli abiti del defunto leader palestinese, esaminate da un laboratorio indipendente, dimostrerebbero che fu avvelenato con quel materiale radioattivo.
Poco dopo una sconosciutissima agenzia russa, molto cara a Putin, ha invece dichiarato che non era vero niente, anzi, che il polonio non esiste, è tutta un’invenzione cattosionistamericana per mettere in cattiva luce i russi.

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Ma, si sa, le diatribe scientifiche hanno costellato l’intera storia umana.

Remo
Lancet sostiene che sia morto per avvelenamento da funghi: tracce dei medesimi sono state trovate sulla lama dell’aratro che Romolo gli conficcò nel cranio.
L’agenzia russa afferma invece che la varietà dei funghi è perfettamente commestibile, soprattutto in umido.


Giulio Cesare
Dalle particelle ferrose e bronzee nei ventitré squarci della tunica del condottiero, Lancet desume l’avvelenamento da metalli pesanti.
L’agenzia russa contesta i dati, adducendo la possibilità che la tunica fosse stata confezionata dal sarto Pacus Rabannus, che faceva largo uso di ninnoli metallici nelle sue creazioni.

Amleto
Schizzi di sangue di Polonio (le prime tracce di Polonio di cui si abbia notizia) sugli abiti del principe danese hanno messo in difficoltà gli esperti di Lancet.
Il fatto che siano personaggi letterari e che Polonio sia il morto non li ha impressionati, visto che tanto poi Amleto muore a sua volta per un colpo di spada avvelenata, ma non essere ancora riusciti a stabilire se è morto prima per la sciabolata o per il veleno li turba assai e hanno chiesto un supplemento d’inchiesta.
L’agenzia russa sostiene che è tutta una bufala e che, essendo Shakespeare in realtà messinese, probabilmente sono morti per un colpo di lupara.
Il fatto che l’ambientazione della tragedia sia antecedente alle armi da fuoco non ha impressionato neppure loro.

Napoleone
Le abbondanti tracce di arsenico ritrovate sui capelli e sugli oggetti da toeletta dell’imperatore francese non hanno fuorviato gli esperti della rivista medica olandese: era solo un maldestro tentativo dell’esiliato sovrano di difendersi da pulci e zanzare di cui Sant’Elena era infestata.
Non trovando segni di polonio, sospettano però di un valletto polacco, ma l’inchiesta non è conclusa.
Di tutt’altro avviso l’agenzia russa, per la quale l’ex imperatore morì per una polmonite latente contratta durante la ritirata di Russia. L’improbabile incubazione di nove anni non li ha minimamente impensieriti.

Lincoln, Garfield, McKinley e Kennedy
Di avvelenamento da piombo, invece, si tratterebbe per ben quattro presidenti americani, tanto da far sospettare Lancet del cattivo funzionamento dell’impianto idraulico della Casa Bianca.
Tracce del metallo pesante sono state trovate sul panciotto di Lincoln, Garfield e McKinley, ma ancor più evidenti, anche per i più moderni metodi di indagine, sul colletto e sui frammenti di cervello di Kennedy recuperati dal cofano della decapottabile a Dallas.
Gli esperti dell’agenzia russa, per puro spirito polemico, continuano a sostenere l’ipotesi del complotto, arrivando a dichiarare che lo sanno per certo perché Oswald l’hanno mandato loro. Ridicolo!

Priebke
E, infine, sarebbe certa la causa della morte prematura di Erich Priebke: silicosi.
Le evidenti tracce di polveri di cava presenti sulla divisa e sugli stivali del capitano tedesco ai tempi della sua permanenza romana non lascerebbero dubbi neppure, strana coincidenza, all’agenzia russa.

Vista l’alta concentrazione di silicati che renderebbe difficoltosa la cremazione ordinaria, entrambi i gruppi di esperti consigliano l’uso di un forno rotante da cementificio per lo smaltimento della carogna.